La città più ecomobile d’Italia è Parma ed è anche una delle prime città ad aver approvato il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile. La mappa delle città ecomobili è il frutto del dodicesimo Rapporto ‘Mobilità sostenibile in Italia: indagine sulle principali 50 città’, elaborato da Euromobility con il patrocinio del ministero dell’Ambiente. Se Parma è la regina di questa particolare classifica, anche le altre città che seguono nella hit si collocano tutte al Nord. Dopo Parma, infatti, al secondo e terzo posto ci sono Modena e Venezia, al quarto si colloca Brescia, seguita da Padova e da Torino. Cagliari – unica della top ten a non essere nel centro Nord – si conquista un ottimo settimo posto. Completano infine le prime dieci posizioni Bologna, Verona e Modena. Roma perde alcune posizioni e si attesta soltanto al 23esimo posto. In fondo alla classifica della mobilità sostenibile si collocano Catanzaro e poco più si piazzano Potenza e Campobasso.

Aumenta il tasso di motorizzazione in città

Aumenta il tasso di motorizzazione nelle maggiori 50 città italiane e i veicoli sono soprattutto a basso impatto, principalmente Gpl, che raggiungono complessivamente il 9,46% del parco nazionale circolante. Crescono anche le vetture ibride ed elettriche, che aumentano del 45%. Risultano invece poco utilizzati i veicoli a metano (2,49%). Si inverte di nuovo il trend per la qualità dell’aria che, dopo il netto miglioramento del 2016 causato da condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli, torna a far registrare un leggero peggioramento: 20 città rispettano tutti i limiti di normativa, contro le 23 del 2016. Un passo indietro, insomma.

Luci e ombre per la mobilità condivisa

Mentre appaiono al palo i servizi convenzionali, cioè quelli in cui l’utente preleva e riconsegna i veicoli in parcheggi ben definiti, risultano in espansione (con qualche eccezione) quelli ‘a flusso libero’, in cui il prelievo e la riconsegna possono avvenire in qualsiasi punto all’interno dell’area cittadina prevista dal servizio.

Servono misure più coraggiose

“Questo dodicesimo Rapporto – sottolinea Lorenzo Bertuccio, presidente di Euromobility – conferma ancora una volta che occorrono misure ben più coraggiose e strutturali di quelle fin qui messe in campo dal governo e dai nostri amministratori. La qualità dell’aria non accenna a migliorare e, come se non bastasse, non diminuisce neppure il numero di morti sulle strade delle nostre città. E nonostante la mobilità condivisa, continua a crescere il numero di automobili in circolazione e ci allontaniamo sempre di più dall’Europa”.

Crescono i costi dei conti correnti online. Le commissioni di utilizzo dei risparmi in una banca online sono lievitate, e se i costi di alcune operazioni sono aumentati non di poco rispetto a gennaio 2018, al contrario, negli istituti di credito tradizionali nel complesso i costi si riducono.

SosTariffe.it ha analizzato come sono cambiati i costi di gestione sostenuti dai correntisti di 17 banche italiane rispetto a gennaio 2018. E ha scoperto che per versare i risparmi in contanti, o sotto forma di assegno, ora spendiamo il 60% in più rispetto all’inizio dell’anno. Ma è un salasso anche prelevare allo sportello (48,02% in più), oppure all’ATM di un altro istituto di credito (+19,3%).

Quanto costa avere un conto?

Se prendiamo in considerazione le sole banche online notiamo come la voce che ha subito il maggior aumento in assoluto (+60%) sia quella relativa ai versamenti di contanti e assegni. Mentre a gennaio bastavano 0,55 euro ad operazione, oggi ne occorrono 0,88. Sono diventate molto più salate (circa +48,02%) anche le commissioni necessarie per prelevare contanti allo sportello: da 1,77 euro in media di gennaio, ai 2,62 euro di settembre. Non va meglio per i prelievi in un ATM, soprattutto se di un’altra banca. Anche qui si registra un aumento pari al 19,30%: ogni operazione ora costa 0,68 euro di commissione (nove mesi fa 0,57 euro). Nota dolente anche per i movimenti allo sportello (+12,36%), passati da 1,78 euro di gennaio a 2 euro attuali, mentre chi ha una carta di credito per il canone annuo ora spende il 5,40% in più.

Si risparmia su assegni e bonifici

Alcune voci di spesa sono rimaste immutate, come il canone annuo di tenuta conto, e l’accredito dello stipendio o i movimenti online, che restano in media gratuiti. Inalterati anche i bonifici online, il prelievo dalla propria banca anche nel resto dell’Ue, e i costi per le domiciliazioni delle utenze domestiche. Il canone annuo della carta di debito, era e resta in media di 2 euro.

Novità positive anche per chi ha scelto di aprire un conto corrente in una banca online. I costi dei singoli assegni sono scesi di circa il 40%, e da 0,05 euro di gennaio ora si attestano intorno agli 0,03 euro. Si risparmia (circa il 10,98%) anche sui bonifici disposti allo sportello, passati da 2,55 euro a 2,27 euro.

Banche tradizionali più convenienti

Rincari più esigui per i clienti delle banche tradizionali: +11% i bonifici allo sportello, da 37,50 euro di gennaio a 39,87 euro il canone annuo per la carta di credito, +4,84% il canone annuo di tenuta conto, +4,55% il prelievo ATM da un’altra banca. Il costo di accredito dello stipendio invece è stato del tutto abbattuto: se a gennaio in media era di 3 euro oggi è gratuito

Anche prelevare contanti allo sportello costa meno (-21,21%), così come costano meno il canone annuo delle carte di debito (-18,18%), e i prelievi da altri paesi dell’Unione europea (-11,69 %).

Audiweb, la società che raccoglie e pubblica i dati relativi all’audience web in Italia, cambia la nota tecnica sul funzionamento della nuova metodologia di rilevazione, e ammette l’utilizzo di dati personali. Questo mentre l’istruttoria di AgCom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, deve ancora valutare la liceità e la pertinenza della nuova metodologia proposta da Audiweb con la collaborazione del fornitore tecnico Nielsen, che si avvale di Facebook come misuratore ultimo.

Nella nuova nota informativa, pubblicata ad agosto, si ammette quindi l’utilizzo di dati personali. In particolare, il consorzio ha modificato il testo in cui si affermava che ”tutte le informazioni che passano attraverso i data provider, ad esempio Facebook, vengono anonimizzate”.

L’informazione giornalistica sul web viene consegnata a Facebook

In precedenza, la nota informativa dichiarava che i dati a livello individuale non venissero per alcun motivo condivisi con i data provider, e nessuna informazione personale doveva essere conservata nella piattaforma, né utilizzata in alcun modo nella misurazione.

Un’eliminazione non da poco, se si considera che tutta l’informazione giornalistica digitale già dal primo giugno viene consegnata ogni giorno ai server americani di Facebook. Pagine viste, tempo speso, utenti unici attivi, stream views: tutto riversato e schedato negli archivi di Facebook, riporta Adnkronos.

Tale operazione di redirect, afferma Audioweb, è tecnicamente indispensabile a rendere il Data Provider in grado di attribuire età e genere agli utenti e, dunque, per l’attività di rilevazione dell’audience relativa alla metodologia Audiweb 2.0.

La legge sulla privacy viene rispettata?

Se i dati non sono completamente anonimi possono sorgere problemi di rispetto della legge sulla privacy. “Il punto è proprio questo – spiega Adnkronos Lapo Curini Galletti, ex consulente dell’autorità per la privacy – se qualcuno nella catena può sapere di chi stiamo parlando, chi è il soggetto e ha i dati in chiaro, allora tutti gli altri soggetti della catena, indipendentemente dal fatto se loro possano o non possano risalire in autonomia al soggetto, comunque devono rispettare la normativa privacy in toto come se lo sapessero”.

Ma nessun editore, in questo momento, nei disclaimer relativi alla privacy, sembra indicare correttamente ai propri lettori che i loro dati vengono trasmessi quotidianamente a Facebook.

In gioco gli investimenti pubblicitari

E se è vero che secondo Audiweb il sistema ‘̀impedisce al server di Facebook di identificare la Url effettiva navigata dall’utente che ha generato il redirect, è anche vero che Nielsen cripta i dati nel passaggio, ma sia Nielsen sia Facebook possiedono entrambi l’algoritmo di criptaggio. Particolare non da poco, se si guarda agli introiti pubblicitari legati a internet. Facebook (che insieme a Google raccoglie il 71% della pubblicità online totale del mercato italiano e oltre l’80% di quella pianificata su device mobili) fornisce al mercato i dati su cosa fanno gli italiani sul web. E quindi chi ha più audience. Ed è Facebook in sostanza a suggerire dove devono andare gli investimenti pubblicitari di quel che resta del mercato.

Se la Circolazione Atlantica meridionale rallenta, nei prossimi 20 anni ci aspetta un deciso aumento delle temperature. La Circolazione Atlantica meridionale trasporta l’acqua calda verso Nord e quella fredda verso Sud. A quanto pare questo processo sta rallentando, il che potrebbe provocare il riscaldamento del clima.

Si tratta dei risultati di una ricerca pubblicata su Nature dal gruppo dell’università di Washington coordinato da Ka-Kit Tung. Lo studio dimostra però che l’indebolimento di questa circolazione, basata su un sistema di correnti comprendente anche la corrente del Golfo, fa parte del suo ciclo naturale, e che il picco negativo più recente si è registrato dal 2004 al 2010, quando l’indebolimento è stato 10 volte maggiore del previsto.

Un enorme nastro che trasporta l’acqua calda verso nord

Nota anche con la sigla Amoc (Atlantic Meridional Overturning Circulation), la Circolazione Atlantica funziona come un enorme nastro trasportatore che trascina l’acqua calda del golfo del Messico verso Nord, cioè verso Groenlandia, Islanda e mare di Norvegia; qui le masse d’acqua si raffreddano, diventano più dense e scendono in profondità. A questo punto la corrente fa una specie di “capriola”, cambia direzione e trasporta l’acqua fredda verso i tropici, riporta una notizia Ansa.

Per osservare caratteristiche e velocità di Amoc, i ricercatori hanno utilizzato immagini satellitari e dati provenienti dal progetto internazionale Argo, che si avvale di boe galleggianti con lo scopo di raccogliere dati sulla temperatura e la salinità dell’acqua.

Dagli studi risulta che questo sistema di correnti stia passando dalla sua fase veloce a quella più lenta. Il che ha implicazioni sul riscaldamento globale. Quando è nella fase più veloce, infatti, l’Amoc rimuove maggiori quantità di CO2 dall’atmosfera e le accumula in profondità, intrappolandole per periodi lunghissimi di almeno mille anni.

L’Amoc cattura  il 50% della CO2 assorbita dagli oceani

“L’Amoc – spiega l’oceanografo Alessandro Crise, dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) di Trieste – trasforma le acque calde in acque più fredde e dense, che assorbono CO2 e vanno in profondità. Si calcola che circa il 50% della CO2 assorbita dagli oceani sia stata catturata dalle acque raffreddate da questo meccanismo, nella sua fase più vivace”.

Questi dati confortano quindi un’ipotesi avanzata recentemente: quella cioè che “l’indebolimento di questa circolazione abbia implicazioni sul sequestro della CO2 presente nell’atmosfera”, aggiunge Crise. In pratica, a una Amoc più lenta corrisponde una maggior quantità di CO2 nell’atmosfera. E di conseguenza, un aumento delle temperature terrestri.

Per lavoro si viaggia. Molto e bene. E la bella Italia ha tutte le caratteristiche per rientrare fra le destinazioni più interessanti per ospitare i congressi associativi internazionali. Un turismo, quello congressuale, dalla taglia “forte”. Le aziende si confermano come i principali promotori di eventi, investendo in convention, meeting aziendali, istituzionali, governativi, politici, sindacali e sociale come strumento di marketing e comunicazione. I messaggi promozionali e i lanci di prodotto promossi dalle aziende rappresentano quindi il core business degli eventi organizzati in Italia. Solo nel 2017, e in netta crescita rispetto all’anno precedente, ne sono stati realizzati quasi 400.000 sul tutto territorio nazionale con una media molto alta di partecipanti e giorni di permanenza.

I numeri dell’Osservatorio Italiano dei Congressi e degli Eventi

A fornire questi dati, un’analisi dell’Osservatorio Italiano dei Congressi e degli Eventi-OICE, in collaborazione con l’associazione della meeting industry Federcongressi & Eventi e l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

“Gli eventi aziendali”spiega Roberto Nelli, del Dipartimento di scienze economiche sociali in Cattolica “continuano a crescere sospinti dalla ripresa economica e da un rinnovato e crescente clima di fiducia delle imprese. Sembrano trarne vantaggio non solo gli alberghi congressuali, nei quali i partecipanti agli eventi aziendali sono aumentati in un anno di otto punti percentuali, ma anche i centri congressi con + 11 punti percentuali”.

Un’Italia che piace sempre

Si tratta, questa, di un’Italia che piace sempre, e che si approfitta per conoscerla anche solo per pochi giorni e attraverso un viaggio di lavoro. Unico neo, diminuiscono di due punti percentuali gli eventi provenienti dall’estero.

Ed è il Nord l’area geografica che attrae maggiormente i turisti del lavoro, complice anche il maggior numero di sedi nelle quali organizzarli, hotel in primis, pronte a rispondere alle esigenze di un mercato sempre più competitivo e ad investire per migliorare la qualità dei propri servizi. Dei 398.286 eventi rilevati dall’Osservatorio Italiano dei Congressi e degli Eventi, oltre la metà (56,7%), e con un incremento del 3,3% rispetto al 2016, si è svolta nelle regioni settentrionali dove si concentra ben il 52,5% delle sedi.

Ma anche il Sud e le Isole cominciano ad organizzarsi, contribuendo così ad ingrandire questo tipo di mercato. Il tutto, con un aumento del fatturato decisamente ottimistico.

Obiettivo investimenti

Quasi la metà delle sedi rispondenti, il 47,4% contro il 40% del 2016, è infatti ottimista circa un aumento del fatturato nel 2018 e il 41,5% ritiene che rimarrà invariato. Le sedi per eventi sono pronte a rispondere alle esigenze di un mercato sempre più competitivo: oltre la metà, il 62,7%, ha in programma di compiere investimenti nel 2018 concentrandosi principalmente in tecnologie (51,9% delle sedi) e infrastrutture e servizi (40,1% delle sedi).

Il cervello funziona come un hard disk, e riscrive sui vecchi ricordi aggiungendo nuovi dati. Soprattutto quando sono brutti o traumatici. A quanto pare sono stati individuati i neuroni che aiutano a cancellare la memoria dei ricordi di esperienze traumatiche, liberando la mente da ansie e paure che potrebbero provocare problemi, come il disturbo da stress post traumatico.

La scoperta riguarda uno studio condotto dai ricercatori del Politecnico di Losanna,in Svizzera, e pubblicato dalla rivista Science.

I neuroni di un’area dell’ippocampo hanno il compito di codificare, ricordare e ridurre le paure

“Per la prima volta abbiamo fatto luce sui processi con cui si possono trattare con successo i ricordi traumatici”, commenta Johannes Gräff, coordinatore dello studio condotto dai ricercatori del Politecnico di Losanna, e pubblicato dalla rivista Science. Gli studiosi svizzeri hanno scoperto come lavora il cervello quando cerca di affievolire le paure legate a traumi lontani: lo fa riscrivendo sopra gli stessi neuroni che avevano contribuito a formare e conservare il ricordo traumatico, e che si trovano nel giro dentato, un’area dell’ippocampo il cui compito è codificare, ricordare e ridurre le paure.

Rivivere lo stesso trauma per imparare a controllare gli stati d’ansia 

“Per far dimenticare un trauma è efficace riesporre la persona a vivere lo stesso trauma ma in modo controllato, con situazioni che lo rievocano”, spiega Yuri Bozzi, del Cimec (Centro Mente/Cervello dell’Università di Trento). Ad esempio ai soldati vengono mostrate immagini del campo di combattimento, riporta Ansa. “In questo modo il cervello impara di nuovo a controllare gli stati d’ansia che emergerebbero vedendo le immagini di guerra”, continua Bozzi.

“Un risultato che dà solide basi biologiche alla psicologia”

Alla scoperta i ricercatori sono arrivati lavorando sui topi. Con i topi hanno adottato un approccio simile a quello utilizzato con i soldati. Nel loro caso il trauma era una piccola scossa elettrica. Grazie a una modifica genetica e una proteina fluorescente, i ricercatori hanno potuto identificare le cellule del cervello che si attivavano quando l’animale subiva il trauma, e dopo la terapia di recupero. La scoperta è per nulla scontata: i neuroni che formavano il ricordo traumatico erano gli stessi che servivano a cancellarlo. In altre parole il cervello riscrive sopra lo stesso circuito di memorie del trauma. “Un risultato che aiuta a capire quali sono le cellule delle paure – aggiunge Bozzi – e dà solide basi biologiche alla psicologia”.

Se entro la fine di quest’anno non verranno recuperati 12,4 miliardi di euro, l’Iva passerà dal 22 al 24,2%. Un balzo che ci consentirebbe di posizionarci in testa alla classifica europea dei più tartassati dalle imposte indirette, ma che porterebbe alle famiglie italiane un incremento medio di imposta pari a 242 euro nel corso del 2019.

In dettaglio, tale rincaro sarà pari a 284 euro per famiglia al Nord, a 234 euro nel Centro e a 199 euro nel Mezzogiorno. L’aliquota ridotta dal 10% dovrebbe passare invece all’11,5%.

A questo risultato è giunto l’Ufficio studi della Cgia, che attraverso una simulazione di carattere teorico, ha dimensionato gli effetti economici che graveranno sulle famiglie dal prossimo 1 gennaio

In 45 anni l’Iva è aumentata 9 volte

Dalla sua apparizione a oggi, prosegue la Cgia, sono trascorsi 45 anni. L’aliquota ordinaria dell’Iva, infatti, è stata introdotta per la prima volta nel 1973 e fino a quest’anno è aumentata 9 volte, riferisce Adnkronos.

Tra i principali Paesi della zona euro siamo quello in cui è cresciuta di più: ben 10 punti, un record, ovviamente, che nessuno ci invidia. Se nel 1973 l’aliquota era al 12%, ora si attesta al 22%. Seguono la Germania, con una variazione di +8 punti (era all’11 adesso si attesta al 19%), l’Olanda, con un aumento di 5 punti (era al 16 oggi è al 21%), l’Austria e il Belgio, con degli aumenti registrati nel periodo preso in esame rispettivamente del +4% e del +3%. La Francia è l’unico Paese presente in questa comparazione che non ha registrato alcun incremento.

“Il rischio è che l’economia sommersa assuma dimensioni ancor più preoccupanti”

“Se è vero che in questi 45 anni – spiega il Segretario della Cgia Renato Mason – abbiamo subito l’incremento d’aliquota più significativo, è altresì vero che nel 1973 quella applicata in Italia era, ad esclusione della Germania, la più contenuta. Tuttavia, se l’aumento previsto non sarà ulteriormente spostato in avanti, dal 2019 i consumatori italiani saranno sottoposti all’aliquota Iva ordinaria più elevata tra tutti i Paesi dell’area dell’euro, con un serio rischio che l’economia sommersa assuma dimensioni ancor più preoccupanti”.

“Un aumento assolutamente da evitare”

Secondo il coordinatore dell’associazione, Paolo Zabeo, “bisogna assolutamente evitare l’aumento dell’Iva. Non solo perché colpirebbe in particolar modo le famiglie meno abbienti e quelle più numerose, ma anche perché il ritocco all’insù delle aliquote avrebbe un effetto recessivo per la nostra economia. Ricordo, infatti, che il 60% del Pil nazionale è riconducibile ai consumi delle famiglie. Se l’Iva dovesse salire ai livelli record previsti – sottolinea Zabeo – per le botteghe artigiane e i piccoli commercianti sarebbe un danno enorme”.

Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, e poi Ancona e Campobasso, sono le sette città italiane che pagano le aliquote fiscali più pesanti. Secondo un’indagine del Centro studi di Unimpresa sono questi i capoluoghi di regione con le aliquote Irap, Irpef, Imu e Tasi più alte. E in tre casi su quattro registrano i livelli più alti di imposte sulle imprese e sulle famiglie, sui capannoni industriali e sulle case. Insomma, in Italia ci sono differenze sostanziali sul “peso” del Fisco a seconda di dove si vive e si lavora.

La  classifica di Unimpresa assegna da uno a quattro punti

L’analisi dell’associazione è basata su dati dell’Agenzia delle Entrate, della Corte dei conti e del Dipartimento Finanze, e prende in considerazione le aliquote Iperf (definite dalle regioni), il totale delle addizionali Irpef (regioni e comuni), l’Imu e la Tasi.

La classifica assegna da uno a quattro punti: più è alto il punteggio, più è pesante la mano del Fisco. In dettaglio, a Roma si paga il 4,82% di Irap, il 4,23% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu; a Torino si paga il 4,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Napoli il 4,97% di Irap, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Genova e Bologna il 3,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi.

“Troppe differenze a livello territoriale per quanto riguarda il prelievo fiscale”

“Ci sono troppe differenze a livello territoriale per quanto riguarda il prelievo fiscale e si tratta di differenze che non aiutano la ripresa così come gli investimenti delle imprese”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Se per l’Imu l’aliquota massima (1,06%) è applicata in 16 grandi città su 21 (Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Potenza, Campobasso, Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Trieste, Ancona, Catanzaro, Milano e Aosta), per quanto riguarda la Tasi, l’aliquota più alta è a Bolzano (0,40%).

A Venezia il Fisco è più light

Zero punti invece a Venezia, l’unica città dove il prelievo è sempre sotto le soglie più alte. Nel capoluogo della regione Veneto il Fisco è infatti più leggero, con il 3,90% di Irap, il 2,03% di addizionali Irpef (1,23% regionale e 0,80% comunale), lo 0,81% di Imu e lo 0,29% di Tasi.

Secondo la classifica di Unimpresa meritano invece un punto Milano, Cagliari, L’Aquila, Aosta, Trento, e Bolzano, e due punti Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Potenza, Trieste e Catanzaro.

Sono undici nazioni, e sono pronte a firmare un accordo commerciale che sfida i dazi protezionistici del presidente Usa Donald Trump. Undici Paesi, fra cui Messico, Vietnam, Nuova Zelanda, Cile, Malesia, Perù, Singapore e Brunei, ma anche alcuni dei maggiori alleati degli Stati Uniti, come Giappone, Canada e Australia, sono intenzionati a firmare un partenariato trans-Pacifico, un nuovo accordo globale e progressivo che farà crollare drasticamente le tariffe e stabilirà nuove regole commerciali. Secondo il New York Times si tratta di un’intesa di libero scambio che riguarda 500 milioni di consumatori all’interno di mercati che rappresentano circa un settimo dell’economia mondiale. La stessa intesa era stata inizialmente concepita dagli Stati Uniti per fermare l’ascesa della Cina.

L’accordo aprirà più mercati al libero scambio di prodotti agricoli e servizi digitali

Un’analisi del Peterson Institute for International Economics sostiene che, una volta entrato in vigore, l’accordo dovrebbe generare ulteriori 147 miliardi di reddito complessivo. I suoi sostenitori inoltre affermano che rafforzerà le protezioni per la proprietà intellettuale, e aprirà più mercati al libero scambio di prodotti agricoli e servizi digitali. Così, ad esempio, gli allevatori di bovini americani dovranno pagare tariffe del 38,5% in Giappone, ma Australia, Nuova Zelanda e Canada non lo dovranno fare.

“Un’economia aperta e l’integrazione economica dei Paesi genera maggiore prosperità”

“Il messaggio è che crediamo nel valore di un’economia aperta e nell’integrazione economica dei Paesi al fine di generare maggiore prosperità per il nostro popolo e le nostre nazioni” –  dichiara la presidente del Cile, Michelle Bachelet -. Penso che sia un valore tremendamente importante in un momento in cui alcuni settori del mondo operano in senso contrario rispetto a questa scelta, predicando messaggi di nazionalismo piuttosto che di integrazione”.

Intanto Trump punta il dito contro Berlino

Intanto Trump ha dichiarato che proseguirà con l’imposizione del 25% di dazi sull’acciaio straniero e del 10% sull’alluminio, mentre Messico, Canada, Australia e altri potrebbero essere esentati. “Se raggiungiamo un accordo è più probabile che non applicheremo le tariffe a quei due paesi”, conferma Trump, aggiungendo che anche l’Australia sarà risparmiata. “Abbiamo un rapporto molto stretto con l’Australia, abbiamo un surplus commerciale con l’Australia, faremo qualcosa con loro”.

Trump però è stato molto critico nei confronti della Germania. Ha parlato di questioni commerciali e di difesa, puntando il dito su Berlino. “Abbiamo amici e anche nemici che hanno enormemente approfittato di noi per anni nel commercio e nella difesa – continua il presidente -. Se guardiamo alla Nato, la Germania paga l’1% mentre noi paghiamo il 4,2% del Pil, una quota molto più grande. Non è giusto”.

Il turismo non dà segni di rallentamento, e secondo United Nation World Tourism Organization’s Tourism Barometer, a fine ottobre 2017 i turisti sono saliti a 1,1 miliardi, il 7% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Le preferenze mutevoli dei viaggiatori, e la digital disruption, hanno dato vita a uno scenario dell’ospitalità in costante evoluzione, riferisce Adnkronos.

Così Benoît-Etienne Domenget, Ceo di Sommet Education (parent company degli istituti universitari svizzeri Glion Institute of Higher Education e Les Roches Global Hospitality Education), ha individuato i cinque trend del settore hospitality in aumento nel 2018.

Il viaggio trasformazionale e la realtà virtuale

L’evoluzione del viaggio esperienziale è il viaggio trasformazionale. I viaggiatori trasformazionali mirano a testare una parte diversa di se stessi: l’autoriflessione, l’apprendimento e lo sviluppo personale fanno parte di questo viaggio interiore. Alcuni brand possono offrire a questi viaggiatori l’opportunità di affrontare sfide, impegnarsi nel lavoro di comunità o semplicemente rallentare. Realtà virtuale e realtà aumentata invece stanno creando nuove possibilità in grado di offrire esperienze multisensoriali. E gli hotel possono utilizzare la realtà virtuale per immergere “digitalmente” i clienti prima del loro soggiorno. Expedia ad esempio sta lavorando su VR tech per aiutare gli ospiti a confrontare le possibili camere d’albergo.

L’hotel come hub e le esperienze culinarie

Creando spazi sociali per gli ospiti, gli hotel stanno diventando destinazioni, non solo posti in cui soggiornare. Gli hotel boutique come Mama Shelter e citizenM hanno sviluppato un modello di lusso accessibile per i Millennials, che include la spontaneità relazionale che questi viaggiatori desiderano. Concerti dal vivo, dj set, proiezioni di partite di calcio e persino serate di bingo offrono a ospiti e cittadini locali l’opportunità di socializzare. E dalla cucina alla tavola, fino ai tour per scoprire i retroscena della gastronomia locale, l’interesse per le esperienze culinarie continua a crescere. I tour operator si affiancano quindi a master chef e produttori locali per invogliare i viaggiatori a scoprire la cucina di una destinazione e l’origine dei prodotti utilizzati.

La connessione omnichannel

Canali digitali e gadget high-tech offrono ai brand del comparto turismo la possibilità di costruire relazioni più̀ strette e smart con i clienti. Con i social media e i servizi di chat, gli hotel possono raccogliere feedback e risolvere i problemi più̀ velocemente. Le chat bots possono dare informazioni istantanee, mentre i robot e i maggiordomi automatizzati forniscono un servizio in camera rapido e discreto. Dall’attenuazione delle luci al servizio in camera, le app per smartphone e altri servizi innovativi offrono agli ospiti maggiore personalizzazione, controllo e praticità.

Nel frattempo, i marchi degli hotel stanno sfruttando al massimo i social media per raccontare storie e incrementare le community. Con questi strumenti, gli hotel possono instaurare rapporti con gli ospiti prima, durante e dopo il soggiorno.