Tra i soggetti più colpiti dagli attacchi informatici ci sono i manager, che risultano 12 volte più esposti al rischio di essere bersaglio dei cyber criminali. Alla base di questa tendenza vi sarebbe una mancanza di formazione mirata sui rischi del cyber crime, ma soprattutto il fatto che i top manager sono costantemente sotto pressione, e hanno poco tempo, quindi spesso “aprono” le mail con una certa superficialità. I manager sono tra i più vulnerabili soprattutto rispetto ad attacchi di phishing e spoofing (manipolazione dei dati trasmessi in una rete telematica). Le operazioni di social engineering sono infatti attacchi che si fondano più sulla debolezza umana che sull’utilizzo di software malevoli, e rappresentano importanti minacce informatiche per le aziende.

Gli attacchi i più diffusi riguardano operazioni di ingegneria sociale

Si tratta dei risultati del Data Breach Investigations Report 2019 di Verizon, che quest’anno per la prima volta include anche i dati raccolti dall’Fbi Internet Crime Complaint Center. Il rapporto analizza oltre 41mila attacchi, 2000 violazioni e le attività di circa 73 organizzazioni. Nonostante l’incidenza dei diffusi, e particolarmente problematici, attacchi ransomware (software progettati per negare l’accesso a un sistema o a dati informatici fino al pagamento di un riscatto), secondo il Data Breach Investigations Report il primo posto nella classifica degli attacchi cyber è occupato proprio da operazioni di ingegneria sociale. In particolare quelle motivate da ragioni finanziarie, che tendono ad avere come target alti dirigenti aziendali.

Una violazione su quattro è associata allo spionaggio aziendale

Secondo il rapporto, inoltre, sono in costante aumento gli attacchi perpetrati a seguito della compromissione degli indirizzi di posta elettronica. Una violazione su quattro, rivela la ricerca, è ancora associata allo spionaggio, mentre gli attacchi ransomware, che rappresentano il 24% dei casi di incidenti, si posizionano al secondo posto per diffusione. Considerevole anche l’aumento di attacchi contro la sanità, riporta Askanews, ovvero diretti a medici, strutture e dati correlati, nonché quelli contro il settore manifatturiero. Nel mirino anche il settore pubblico, dove le attività di spionaggio sembrerebbero anch’esse essere in costante aumento.

Diminuiscono le minacce al personale che si occupa di risorse umane

Il rapporto evidenzia invece una diminuzione degli attacchi al personale che si occupa di risorse umane, nonché delle violazioni di carte di pagamento tramite compromissione di Atm. Questi ultimi, infatti, avrebbero ormai raggiunto secondo gli esperti livelli di sicurezza significativi. Poche, in proporzione, anche le offensive legate al criptomining, che non sono entrate nella top 10 della ricerca.

Arriva anche in Italia l’estorsione a sfondo sessuale via email. Nel messaggio, in cui si chiede alla vittima di pagare entro due giorni un riscatto di 530 euro, i cybercriminali minacciano di divulgare a tutti contatti un filmato che riprende il malcapitato mentre guarda contenuti pornografici dal proprio dispositivo.

Nelle precedenti ondate di spam rilevate da Eset, la società di cyber sicurezza, queste email di sextortion erano per lo più in inglese. Ma nell’ultimo trimestre sono state individuate anche mail con il testo in italiano, nel numero di circa mille al mese. E negli ultimi giorni sono emerse nuove localizzazioni focalizzate su Australia, Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Spagna, Repubblica Ceca, e Russia.

Una leva psicologica esercitata sugli utenti che guardano contenuti pornografici

Simili truffe via email, ricorda la società, non sono nuove. Ciò che però distingue l’ennesima ondata di sextortion è l’efficacia dell’ingegneria sociale coinvolta, soprattutto grazie alla leva psicologica esercitata sugli utenti che guardano segretamente contenuti pornografici sui propri dispositivi. Il criminale informatico, spiega Eset, nella mail dichiara infatti di aver violato il dispositivo della vittima designata, filmando la persona mentre guarda contenuti pornografici. Il messaggio di posta elettronica afferma anche che il video non solo ha filmato il comportamento dell’utente davanti alla webcam, ma anche quali video sono stati riprodotti, chiedendo poi il riscatto di 530 euro.

Alla vittima si chiede di pagare entro 48 ore dall’apertura del messaggio

La vittima si sente quindi obbligata a pagare entro 48 ore dall’apertura dell’email. In caso contrario, riporta Askanews su fonte Cyber Affairs, il cyber criminale invierà il video incriminante a tutti i contatti che è riuscito a rubare dal dispositivo infetto. I consigli degli esperti, come sempre in questi casi, sono di agire con calma ed evitare passaggi affrettati. Prima di tutto Eset consiglia di non rispondere alla email truffa, non scaricare allegati, non fare clic su righe contenenti link incorporate al messaggio, e assolutamente, non inviare denaro.

Come difendersi?

Ma come difendersi? Se un criminale informatico elenca la password effettiva dell’utente,  che potrebbe figurare in un database di account compromessi come il tanto discusso Collection #1, è consigliabile cambiarla, e attivare l’autenticazione a due fattori su quel servizio. Quindi, consiglia ancora Eset, è necessario eseguire la scansione del dispositivo con un software di sicurezza affidabile, in grado di rilevare infezioni reali e altri problemi, come l’uso improprio della webcam integrata nel dispositivo.

Gli italiani in vacanza amano le due ruote, così come gli stranieri che visitano l’Italia. E gli ultimi dati contenuti nel rapporto Isnart-Unioncamere e Legambiente lo confermano. Ecco qualche numero per comprendere la portata del fenomeno: le presenze cicloturistiche rilevate nel 2018, nelle strutture ricettive e nelle abitazioni private, ammontano, infatti, a 77,6 milioni, pari cioè all’8,4% dell’intero movimento turistico in Italia. Si tratta cioè di oltre 6 milioni di persone che hanno trascorso una vacanza utilizzando più o meno intensamente la bicicletta.

In cinque anni crescita del 41%

Pedala, pedala in cinque anni – dal 2013 al 2018 – il numero di cicloturismo è cresciuto del 41%. Di pari passo, è aumentata anche l’entità del business collegato al cicloturismo, che oggi vale ben 7,6 miliardi di euro all’anno. Una cifra che porta a quasi 12 miliardi di euro il valore attuale del Pib (Prodotto interno bici), ovvero il giro d’affari generato dagli spostamenti a pedali in Italia, calcolando la produzione di bici e accessori, delle ciclo-vacanze e dell’insieme delle esternalità positive generate dai cittadini in bicicletta. “Le ciclovie e il turismo ciclabile rappresentano una straordinaria opportunità per il turismo, l’economia, l’occupazione, ma anche per le aree interne del nostro Paese. È quindi evidente che l’Italia, con tutto il suo patrimonio culturale, artigianale e industriale, ha di fronte la necessità di una revisione radicale del suo modello di trasporti. La strada è tracciata, ed è una ciclovia” precisa  Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente.

Un comparto da potenziare

In virtù di questi numeri, “Ora serve dotare il nostro Paese di un osservatorio per il cicloturismo in grado di produrre un flusso di dati che costituisca un valido supporto per le decisioni politiche e soluzioni concrete e produttive in modo da continuare con decisione e rapidamente il percorso di realizzazione delle infrastrutture avviato negli anni scorsi” aggiunge Zampetti. Gli fa eco Roberto Di Vincenzo, presidente di Isnart, istituto specializzato sul turismo di Unioncamere: “A partire da questo primo studio sull’economia del cicloturismo, Isnart avvia nuove alleanze con specialisti di settore per dare conto, in maniera sempre più puntuale, dell’economia prodotta dai diversi tipi di turismo. L’innovazione che Isnart sta portando avanti, oltre che muoversi su nuovi contenuti, si sta sviluppando anche sul rinnovamento delle metodologie: a giugno presenteremo il nuovo osservatorio sul turismo del sistema camerale basato sull’utilizzo dei big data e dell’intelligenza artificiale”.

Tutti i numeri delle vacanze in sella

Il fenomeno o ha numeri davvero importanti, che fanno realmente comprendere l’entità di questa modalità di viaggio slow. I turisti che ogni anno in Italia percorrono in bicicletta tutto il loro itinerario sono circa 1,85 milioni, mentre chi usa la bicicletta a destinazione è un piccolo esercito di circa 4,18 milioni di persone. A questi si aggiungono gli oltre 700.000 ciclisti urbani, che utilizzano la bici tutti i giorni sui percorsi casa-lavoro o altro, che portano il totale a circa 6,73 milioni di persone. Lo stesso cicloturismo comunque sta prendendo sempre più piede, nonostante sia ancora insufficiente l’intera rete organizzativa capace di accoglierlo.

In Europa si pedala di più

in Italia, nonostante il boom del cicloturismo, le due ruote non . Va ricordato tra l’altro che nel nostro paese non si pedala così tanto quanto in altre nazioni europee: sono stimate circa 440 bici ogni 1.000 abitanti, mentre nei Paesi Bassi o in Germania il rapporto è quasi di 1 a 1. Nonostante ciò, dal solo settore produttivo della bicicletta arrivano 1,3 miliardi di euro l’anno, per oltre 1,7 milioni di pezzi venduti, con un export in crescita del 15,2% (dati 2017).

I film violenti mettono a rischio la linea. Guardare un film che fa paura potrebbe far aumentare il peso; almeno, se per placare i nervi tesi ci affidiamo a cibi grassi e “consolatori”, come cioccolato e patatine. Non è quindi tanto il tempo trascorso seduti mentre si guarda un film a fare la differenza, ma cosa viene proiettato sullo schermo. La visione di commedie romantiche o di altri generi cinematografici, infatti, non determina la stessa risposta a livello emozionale provocata da film stressanti, come horror o thriller violenti, che spesso portano a ricorrere a cibo poco sano.

Valutare i livelli di stress e l’appetito prima e dopo la visione di un film

Lo ha scoperto una ricerca della Lebanese American University di New York, pubblicata sulla rivista Eating Behaviours, che ha coinvolto 84 partecipanti di età compresa tra 20 e 30 anni. Ai partecipanti è stato chiesto in modo casuale di guardare un film violento o una commedia romantica. Naturalmente, prima di iniziare “l’esperimento”, agli spettatori coinvolti nello studio sono state effettuate varie misurazioni, tra cui la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e la forza di presa, e sono stati valutati i livelli di stress e l’appetito di coloro che vi hanno preso parte.

Punteggi più alti in termini di nervosismo e tristezza per gli spettatori di pellicole violente

Ai partecipanti è stato poi consegnato un vassoio contenente una vasta gamma di snack, tra cui popcorn, patatine, biscotti, cioccolato, dolci, mele, succo d’arancia e Cola. I ricercatori hanno quindi detto loro che avrebbero potuto mangiare tutto quello che volevano, riferisce una notizia Ansa. Durante la proiezione del film sono stati lasciati soli e inosservati, in modo da potersi sentire completamente a proprio agio. E cosa ha rivelato lo studio? Dopo la visione i ricercatori si sono accorti che coloro che hanno guardato il film violento avevano punteggi più alti in termini di nervosismo e tristezza, mentre non sono state rilevate differenze nello stato d’animo prima e dopo in chi si era visto assegnare la visione di un film romantico.

Chi guarda un film di paura mangia di più durante la visione

Nessuna differenza è stata invece riscontrata tra i due gruppi per quanto riguarda l’appetito, ma i partecipanti che hanno guardato un film violento hanno mangiato più dell’altro gruppo durante la visione. Dei 42 che rientravano nel gruppo a cui era destinato il film di paura sperimentale il 62% ha consumato più di due prodotti grassi, e il 71,4% più di due alimenti salati.

In Italia rispetto allo scorso anno la fiducia nel mercato del lavoro è aumentata, ma non basta a rendere i lavoratori più ottimisti. Il Confidence Index, la ricerca condotta da PageGroup, con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel, indica infatti una crescita complessiva della fiducia in tema di prospettive individuali e di mercato pari al 5%, passando da 40 punti nell’ultimo trimestre 2017 a 45 punti a fine 2018. Un dato che, nonostante sia in costante crescita, risulta essere il più basso registrato in Europa.

Migliorano i parametri a medio termine

In particolare, secondo il Confidence Index, il 41% dei lavoratori italiani risulta ottimista circa la possibilità di trovare lavoro entro 3 mesi dall’inizio della ricerca, dato che riscontra un incremento dell’11% rispetto allo scorso anno. I lavoratori italiani si dicono anche fiduciosi circa la possibilità di poter migliorare le proprie competenze lavorative nei prossimi 12 mesi (63%), un dato aumentato dell’8% dal 2017, di ricevere un aumento di retribuzione (43%), e di avere un miglior work-life balance (40%), il rapporto di equilibrio fra lavoro e vita privata.

Dalla ricerca emerge anche una visione ottimistica sulle prospettive future dei prossimi 6 mesi, sia da un punto di vista lavorativo sia economico, entrambi al 47%, e in netto miglioramento rispetto alla percezione attuale di questi due parametri, rispettivamente al 37% e al 34%.

Gli indici riflettono scarsa soddisfazione per sicurezza, salario e work-life balance

Prospettive in chiaroscuro, invece, per gli indici che riguardano la soddisfazione lavorativa: se il 41% si ritiene soddisfatto della sicurezza del proprio lavoro solo il 35% è appagato dalle condizioni generali riscontrate, e solo il 32% è soddisfatto del proprio salario. I lavoratori risultano inoltre ancora più insoddisfatti del proprio work-life balance (dato al 29%) e delle opportunità di ottenere una promozione (12%).

Germania, Svezia e Austria i Paesi più fiduciosi

Per quanto riguarda la classifica dei Paesi più fiduciosi, la pole position è detenuta dalla Germania,, che si posiziona al primo posto con un punteggio pari a 70, seguita da Svezia (69 punti) e Austria (64 punti). Più vicine ai punteggi italiani si posizionano invece Francia e Spagna, rispettivamente a 51 e 50 punti.

I dati raccolti dall’indice si basano sulle risposte di 658 candidati, che hanno partecipato allo studio dopo aver completato una candidatura a un’opportunità professionale pubblicata sui siti web di Michael Page e Page Personnel.

Il mondo dell’artigianato Made in Italy si rinnova, e apre le porte a nuove professioni. Il settore dell’artigianato, che conta oltre 1,3 milioni di imprese, ne ha perse quasi 100mila tra il 2013 e il 2018. Ma alcuni mestieri crescono, raggiungendo anche numeri consistenti. Tra questi le imprese di pulizia e quelle che si occupano di tatuaggi e piercing. Crescono anche i giardinieri e le agenzie per il disbrigo delle pratiche, le imprese che confezionano accessori d’abbigliamento o le sartorie su misura, così come i designer, sia di moda sia per il settore industriale. Almeno, secondo la fotografia scattata da Unioncamere e InfoCamere sull’evoluzione dei mestieri artigiani in Italia negli ultimi 5 anni.

La classifica dei mestieri in aumento

Nella classifica dei mestieri in aumento al primo posto i servizi di pulizia, utilizzati soprattutto per uffici e aree commerciali, cresciuti di quasi 5.700 unità, seguiti dai tatuatori (+4.315), i giardinieri (+3.554), le agenzie di disbrigo pratiche (+1.809) e i parrucchieri ed estetisti (+1.758). In termini percentuali ad aumentare di più tra settembre 2013 e settembre 2018 sono ancora i servizi di pulizia (45%), seguiti dalle imprese artigiane di giardinieri (+27%) o quelle che si occupano della riparazione e manutenzione dei macchinari (+16%). A due cifre anche la crescita delle attività di confezione di vestiti da sposa o da cerimonia, e le sartorie su misura (+11%). Tassisti, panettieri e parrucchieri/estetisti registrano invece incrementi meno elevati, compresi tra il +3,1 e il +1,4%.

Meno 20% imprese di costruzioni, trasporto e falegnamerie

Si riducono, invece, le imprese di costruzioni e quelle che si occupano di ristrutturazione, gli addetti ai trasporti su strada (i cosiddetti “padroncini”), gli elettricisti, i falegnami e i meccanici. Muratori e padroncini, riporta Adnkronos, diminuiscono rispettivamente di quasi 24mila unità e di oltre 13mila unità. Negli ultimi cinque anni, le maggiori sofferenze nel mondo artigiano hanno riguardato infatti le imprese di costruzione, quelle di trasporto e le attività di falegnameria (-20% in tutti i casi). Le lavanderie si riducono del 17%, i piastrellisti del 15%, gli imbianchini del 14%, i fabbri del 13%. Anche le attività che realizzano lavori di meccanica generale, come la tornitura o fresatura, lasciano sul campo l’11% delle imprese.

Come evolve l’imprenditoria artigiana

Ma in questa fase di dura selezione del sistema artigiano, che prosegue ormai da tempo, come si orientano le diverse componenti imprenditoriali? Secondo Unioncamere/Infocamere i giovani imprenditori sono in aumento soprattutto tra i tatuatori, seguiti dai giardinieri, le imprese di pulizie e i designer di moda o industriali, ma non disdegnano anche le attività di street food (la ristorazione mobile). Le donne, invece, puntano sui servizi per il benessere fisico, sul personal training, su lavanderie e tintorie, su attività di parrucchiere ed estetiste. Mentre le imprese artigiane di stranieri optano soprattutto per le attività di confezionamento di abbigliamento, i calzolai e le agenzie di disbrigo pratiche.

La maternità diventa agile, e le donne in attesa lavoreranno fino al nono mese di gravidanza. Questo è quanto prevede la manovra relativa al congedo per le neomamme lavoratrici. In particolare, si tratta di uno degli emendamenti approvati in commissione Bilancio alla Camera, che ha concluso i lavori e dato mandato ai relatori di riferire in Aula su un maxiemendamento. Il nuovo schema, ribattezzato maternità agile, viene proposto in alternativa allo schema tradizionale (maternità flessibile), che impone la sospensione dall’attività lavorativa nei due mesi prima del parto e nei 3 successivi, o 1 mese prima e nei 4 successivi.

Lavorare fino al momento del parto non è obbligatorio

La manovra cambia quindi le regole del congedo parentale. O meglio, ne amplia il ventaglio delle possibilità. Restano in piedi le misure precedenti, ma viene data alla mamma in attesa l’opportunità di rimanere al lavoro fino al nono mese con la specifica autorizzazione del proprio ginecologo o di un medico esperto di sicurezza sul lavoro. Previa autorizzazione del medico, quindi, le future mamme che lo vorranno potranno lavorare fino al nono mese, e far slittare i cinque mesi di congedo obbligatorio a dopo la nascita del bebé.

Con l’emendamento si riconosce infatti “alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso”. In ogni caso la scelta deve essere tutelata dal punto di vista medico.

Un giorno in più il congedo papà

La nuova misura però non piace a tutti. Come ad esempio a Loredana Taddei, responsabile Politiche di genere della Cgil nazionale, secondo la quale la proposta “mina la libertà delle donne, soprattutto di quelle più precarie e meno tutelate, che in Italia, purtroppo, sono sempre più numerose e rischierebbero così di trovarsi di fronte a veri e propri ricatti del datore di lavoro”. La Cgil chiede quindi di eliminare la norma in Senato.

Accanto alla questa modifica è stato anche approvato un emendamento che prevede l’aumento del congedo di paternità obbligatorio che passa da 4 a 5 giorni. Ed è stata prorogata anche la possibilità di astenersi dal lavoro un ulteriore giorno in sostituzione della madre, riporta Il Giornale.

Priorità alle categorie più deboli per il lavoro agile

Tra gli altri emendamenti a favore della famiglia anche quello che chiede di privilegiare categorie più deboli nella scelta dell’affidamento del lavoro agile, ovvero quelle prestazioni che non richiedono particolari vincoli di orario o di luogo. Insomma il part-time flessibile e il lavoro da casa.

Nell’emendamento si prevede che datori di lavoro pubblici e privati debbano riconoscere “priorità alle richieste formulate dalle lavoratrici nei tre anni successivi alla conclusione del periodo di congedo di maternità” o “ai lavoratori con figli in condizioni di disabilità”.

La città più ecomobile d’Italia è Parma ed è anche una delle prime città ad aver approvato il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile. La mappa delle città ecomobili è il frutto del dodicesimo Rapporto ‘Mobilità sostenibile in Italia: indagine sulle principali 50 città’, elaborato da Euromobility con il patrocinio del ministero dell’Ambiente. Se Parma è la regina di questa particolare classifica, anche le altre città che seguono nella hit si collocano tutte al Nord. Dopo Parma, infatti, al secondo e terzo posto ci sono Modena e Venezia, al quarto si colloca Brescia, seguita da Padova e da Torino. Cagliari – unica della top ten a non essere nel centro Nord – si conquista un ottimo settimo posto. Completano infine le prime dieci posizioni Bologna, Verona e Modena. Roma perde alcune posizioni e si attesta soltanto al 23esimo posto. In fondo alla classifica della mobilità sostenibile si collocano Catanzaro e poco più si piazzano Potenza e Campobasso.

Aumenta il tasso di motorizzazione in città

Aumenta il tasso di motorizzazione nelle maggiori 50 città italiane e i veicoli sono soprattutto a basso impatto, principalmente Gpl, che raggiungono complessivamente il 9,46% del parco nazionale circolante. Crescono anche le vetture ibride ed elettriche, che aumentano del 45%. Risultano invece poco utilizzati i veicoli a metano (2,49%). Si inverte di nuovo il trend per la qualità dell’aria che, dopo il netto miglioramento del 2016 causato da condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli, torna a far registrare un leggero peggioramento: 20 città rispettano tutti i limiti di normativa, contro le 23 del 2016. Un passo indietro, insomma.

Luci e ombre per la mobilità condivisa

Mentre appaiono al palo i servizi convenzionali, cioè quelli in cui l’utente preleva e riconsegna i veicoli in parcheggi ben definiti, risultano in espansione (con qualche eccezione) quelli ‘a flusso libero’, in cui il prelievo e la riconsegna possono avvenire in qualsiasi punto all’interno dell’area cittadina prevista dal servizio.

Servono misure più coraggiose

“Questo dodicesimo Rapporto – sottolinea Lorenzo Bertuccio, presidente di Euromobility – conferma ancora una volta che occorrono misure ben più coraggiose e strutturali di quelle fin qui messe in campo dal governo e dai nostri amministratori. La qualità dell’aria non accenna a migliorare e, come se non bastasse, non diminuisce neppure il numero di morti sulle strade delle nostre città. E nonostante la mobilità condivisa, continua a crescere il numero di automobili in circolazione e ci allontaniamo sempre di più dall’Europa”.

Crescono i costi dei conti correnti online. Le commissioni di utilizzo dei risparmi in una banca online sono lievitate, e se i costi di alcune operazioni sono aumentati non di poco rispetto a gennaio 2018, al contrario, negli istituti di credito tradizionali nel complesso i costi si riducono.

SosTariffe.it ha analizzato come sono cambiati i costi di gestione sostenuti dai correntisti di 17 banche italiane rispetto a gennaio 2018. E ha scoperto che per versare i risparmi in contanti, o sotto forma di assegno, ora spendiamo il 60% in più rispetto all’inizio dell’anno. Ma è un salasso anche prelevare allo sportello (48,02% in più), oppure all’ATM di un altro istituto di credito (+19,3%).

Quanto costa avere un conto?

Se prendiamo in considerazione le sole banche online notiamo come la voce che ha subito il maggior aumento in assoluto (+60%) sia quella relativa ai versamenti di contanti e assegni. Mentre a gennaio bastavano 0,55 euro ad operazione, oggi ne occorrono 0,88. Sono diventate molto più salate (circa +48,02%) anche le commissioni necessarie per prelevare contanti allo sportello: da 1,77 euro in media di gennaio, ai 2,62 euro di settembre. Non va meglio per i prelievi in un ATM, soprattutto se di un’altra banca. Anche qui si registra un aumento pari al 19,30%: ogni operazione ora costa 0,68 euro di commissione (nove mesi fa 0,57 euro). Nota dolente anche per i movimenti allo sportello (+12,36%), passati da 1,78 euro di gennaio a 2 euro attuali, mentre chi ha una carta di credito per il canone annuo ora spende il 5,40% in più.

Si risparmia su assegni e bonifici

Alcune voci di spesa sono rimaste immutate, come il canone annuo di tenuta conto, e l’accredito dello stipendio o i movimenti online, che restano in media gratuiti. Inalterati anche i bonifici online, il prelievo dalla propria banca anche nel resto dell’Ue, e i costi per le domiciliazioni delle utenze domestiche. Il canone annuo della carta di debito, era e resta in media di 2 euro.

Novità positive anche per chi ha scelto di aprire un conto corrente in una banca online. I costi dei singoli assegni sono scesi di circa il 40%, e da 0,05 euro di gennaio ora si attestano intorno agli 0,03 euro. Si risparmia (circa il 10,98%) anche sui bonifici disposti allo sportello, passati da 2,55 euro a 2,27 euro.

Banche tradizionali più convenienti

Rincari più esigui per i clienti delle banche tradizionali: +11% i bonifici allo sportello, da 37,50 euro di gennaio a 39,87 euro il canone annuo per la carta di credito, +4,84% il canone annuo di tenuta conto, +4,55% il prelievo ATM da un’altra banca. Il costo di accredito dello stipendio invece è stato del tutto abbattuto: se a gennaio in media era di 3 euro oggi è gratuito

Anche prelevare contanti allo sportello costa meno (-21,21%), così come costano meno il canone annuo delle carte di debito (-18,18%), e i prelievi da altri paesi dell’Unione europea (-11,69 %).

Audiweb, la società che raccoglie e pubblica i dati relativi all’audience web in Italia, cambia la nota tecnica sul funzionamento della nuova metodologia di rilevazione, e ammette l’utilizzo di dati personali. Questo mentre l’istruttoria di AgCom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, deve ancora valutare la liceità e la pertinenza della nuova metodologia proposta da Audiweb con la collaborazione del fornitore tecnico Nielsen, che si avvale di Facebook come misuratore ultimo.

Nella nuova nota informativa, pubblicata ad agosto, si ammette quindi l’utilizzo di dati personali. In particolare, il consorzio ha modificato il testo in cui si affermava che ”tutte le informazioni che passano attraverso i data provider, ad esempio Facebook, vengono anonimizzate”.

L’informazione giornalistica sul web viene consegnata a Facebook

In precedenza, la nota informativa dichiarava che i dati a livello individuale non venissero per alcun motivo condivisi con i data provider, e nessuna informazione personale doveva essere conservata nella piattaforma, né utilizzata in alcun modo nella misurazione.

Un’eliminazione non da poco, se si considera che tutta l’informazione giornalistica digitale già dal primo giugno viene consegnata ogni giorno ai server americani di Facebook. Pagine viste, tempo speso, utenti unici attivi, stream views: tutto riversato e schedato negli archivi di Facebook, riporta Adnkronos.

Tale operazione di redirect, afferma Audioweb, è tecnicamente indispensabile a rendere il Data Provider in grado di attribuire età e genere agli utenti e, dunque, per l’attività di rilevazione dell’audience relativa alla metodologia Audiweb 2.0.

La legge sulla privacy viene rispettata?

Se i dati non sono completamente anonimi possono sorgere problemi di rispetto della legge sulla privacy. “Il punto è proprio questo – spiega Adnkronos Lapo Curini Galletti, ex consulente dell’autorità per la privacy – se qualcuno nella catena può sapere di chi stiamo parlando, chi è il soggetto e ha i dati in chiaro, allora tutti gli altri soggetti della catena, indipendentemente dal fatto se loro possano o non possano risalire in autonomia al soggetto, comunque devono rispettare la normativa privacy in toto come se lo sapessero”.

Ma nessun editore, in questo momento, nei disclaimer relativi alla privacy, sembra indicare correttamente ai propri lettori che i loro dati vengono trasmessi quotidianamente a Facebook.

In gioco gli investimenti pubblicitari

E se è vero che secondo Audiweb il sistema ‘̀impedisce al server di Facebook di identificare la Url effettiva navigata dall’utente che ha generato il redirect, è anche vero che Nielsen cripta i dati nel passaggio, ma sia Nielsen sia Facebook possiedono entrambi l’algoritmo di criptaggio. Particolare non da poco, se si guarda agli introiti pubblicitari legati a internet. Facebook (che insieme a Google raccoglie il 71% della pubblicità online totale del mercato italiano e oltre l’80% di quella pianificata su device mobili) fornisce al mercato i dati su cosa fanno gli italiani sul web. E quindi chi ha più audience. Ed è Facebook in sostanza a suggerire dove devono andare gli investimenti pubblicitari di quel che resta del mercato.