In Italia rispetto allo scorso anno la fiducia nel mercato del lavoro è aumentata, ma non basta a rendere i lavoratori più ottimisti. Il Confidence Index, la ricerca condotta da PageGroup, con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel, indica infatti una crescita complessiva della fiducia in tema di prospettive individuali e di mercato pari al 5%, passando da 40 punti nell’ultimo trimestre 2017 a 45 punti a fine 2018. Un dato che, nonostante sia in costante crescita, risulta essere il più basso registrato in Europa.

Migliorano i parametri a medio termine

In particolare, secondo il Confidence Index, il 41% dei lavoratori italiani risulta ottimista circa la possibilità di trovare lavoro entro 3 mesi dall’inizio della ricerca, dato che riscontra un incremento dell’11% rispetto allo scorso anno. I lavoratori italiani si dicono anche fiduciosi circa la possibilità di poter migliorare le proprie competenze lavorative nei prossimi 12 mesi (63%), un dato aumentato dell’8% dal 2017, di ricevere un aumento di retribuzione (43%), e di avere un miglior work-life balance (40%), il rapporto di equilibrio fra lavoro e vita privata.

Dalla ricerca emerge anche una visione ottimistica sulle prospettive future dei prossimi 6 mesi, sia da un punto di vista lavorativo sia economico, entrambi al 47%, e in netto miglioramento rispetto alla percezione attuale di questi due parametri, rispettivamente al 37% e al 34%.

Gli indici riflettono scarsa soddisfazione per sicurezza, salario e work-life balance

Prospettive in chiaroscuro, invece, per gli indici che riguardano la soddisfazione lavorativa: se il 41% si ritiene soddisfatto della sicurezza del proprio lavoro solo il 35% è appagato dalle condizioni generali riscontrate, e solo il 32% è soddisfatto del proprio salario. I lavoratori risultano inoltre ancora più insoddisfatti del proprio work-life balance (dato al 29%) e delle opportunità di ottenere una promozione (12%).

Germania, Svezia e Austria i Paesi più fiduciosi

Per quanto riguarda la classifica dei Paesi più fiduciosi, la pole position è detenuta dalla Germania,, che si posiziona al primo posto con un punteggio pari a 70, seguita da Svezia (69 punti) e Austria (64 punti). Più vicine ai punteggi italiani si posizionano invece Francia e Spagna, rispettivamente a 51 e 50 punti.

I dati raccolti dall’indice si basano sulle risposte di 658 candidati, che hanno partecipato allo studio dopo aver completato una candidatura a un’opportunità professionale pubblicata sui siti web di Michael Page e Page Personnel.

Il mondo dell’artigianato Made in Italy si rinnova, e apre le porte a nuove professioni. Il settore dell’artigianato, che conta oltre 1,3 milioni di imprese, ne ha perse quasi 100mila tra il 2013 e il 2018. Ma alcuni mestieri crescono, raggiungendo anche numeri consistenti. Tra questi le imprese di pulizia e quelle che si occupano di tatuaggi e piercing. Crescono anche i giardinieri e le agenzie per il disbrigo delle pratiche, le imprese che confezionano accessori d’abbigliamento o le sartorie su misura, così come i designer, sia di moda sia per il settore industriale. Almeno, secondo la fotografia scattata da Unioncamere e InfoCamere sull’evoluzione dei mestieri artigiani in Italia negli ultimi 5 anni.

La classifica dei mestieri in aumento

Nella classifica dei mestieri in aumento al primo posto i servizi di pulizia, utilizzati soprattutto per uffici e aree commerciali, cresciuti di quasi 5.700 unità, seguiti dai tatuatori (+4.315), i giardinieri (+3.554), le agenzie di disbrigo pratiche (+1.809) e i parrucchieri ed estetisti (+1.758). In termini percentuali ad aumentare di più tra settembre 2013 e settembre 2018 sono ancora i servizi di pulizia (45%), seguiti dalle imprese artigiane di giardinieri (+27%) o quelle che si occupano della riparazione e manutenzione dei macchinari (+16%). A due cifre anche la crescita delle attività di confezione di vestiti da sposa o da cerimonia, e le sartorie su misura (+11%). Tassisti, panettieri e parrucchieri/estetisti registrano invece incrementi meno elevati, compresi tra il +3,1 e il +1,4%.

Meno 20% imprese di costruzioni, trasporto e falegnamerie

Si riducono, invece, le imprese di costruzioni e quelle che si occupano di ristrutturazione, gli addetti ai trasporti su strada (i cosiddetti “padroncini”), gli elettricisti, i falegnami e i meccanici. Muratori e padroncini, riporta Adnkronos, diminuiscono rispettivamente di quasi 24mila unità e di oltre 13mila unità. Negli ultimi cinque anni, le maggiori sofferenze nel mondo artigiano hanno riguardato infatti le imprese di costruzione, quelle di trasporto e le attività di falegnameria (-20% in tutti i casi). Le lavanderie si riducono del 17%, i piastrellisti del 15%, gli imbianchini del 14%, i fabbri del 13%. Anche le attività che realizzano lavori di meccanica generale, come la tornitura o fresatura, lasciano sul campo l’11% delle imprese.

Come evolve l’imprenditoria artigiana

Ma in questa fase di dura selezione del sistema artigiano, che prosegue ormai da tempo, come si orientano le diverse componenti imprenditoriali? Secondo Unioncamere/Infocamere i giovani imprenditori sono in aumento soprattutto tra i tatuatori, seguiti dai giardinieri, le imprese di pulizie e i designer di moda o industriali, ma non disdegnano anche le attività di street food (la ristorazione mobile). Le donne, invece, puntano sui servizi per il benessere fisico, sul personal training, su lavanderie e tintorie, su attività di parrucchiere ed estetiste. Mentre le imprese artigiane di stranieri optano soprattutto per le attività di confezionamento di abbigliamento, i calzolai e le agenzie di disbrigo pratiche.

La maternità diventa agile, e le donne in attesa lavoreranno fino al nono mese di gravidanza. Questo è quanto prevede la manovra relativa al congedo per le neomamme lavoratrici. In particolare, si tratta di uno degli emendamenti approvati in commissione Bilancio alla Camera, che ha concluso i lavori e dato mandato ai relatori di riferire in Aula su un maxiemendamento. Il nuovo schema, ribattezzato maternità agile, viene proposto in alternativa allo schema tradizionale (maternità flessibile), che impone la sospensione dall’attività lavorativa nei due mesi prima del parto e nei 3 successivi, o 1 mese prima e nei 4 successivi.

Lavorare fino al momento del parto non è obbligatorio

La manovra cambia quindi le regole del congedo parentale. O meglio, ne amplia il ventaglio delle possibilità. Restano in piedi le misure precedenti, ma viene data alla mamma in attesa l’opportunità di rimanere al lavoro fino al nono mese con la specifica autorizzazione del proprio ginecologo o di un medico esperto di sicurezza sul lavoro. Previa autorizzazione del medico, quindi, le future mamme che lo vorranno potranno lavorare fino al nono mese, e far slittare i cinque mesi di congedo obbligatorio a dopo la nascita del bebé.

Con l’emendamento si riconosce infatti “alle lavoratrici la facoltà di astenersi dal lavoro esclusivamente dopo l’evento del parto entro i cinque mesi successivi allo stesso”. In ogni caso la scelta deve essere tutelata dal punto di vista medico.

Un giorno in più il congedo papà

La nuova misura però non piace a tutti. Come ad esempio a Loredana Taddei, responsabile Politiche di genere della Cgil nazionale, secondo la quale la proposta “mina la libertà delle donne, soprattutto di quelle più precarie e meno tutelate, che in Italia, purtroppo, sono sempre più numerose e rischierebbero così di trovarsi di fronte a veri e propri ricatti del datore di lavoro”. La Cgil chiede quindi di eliminare la norma in Senato.

Accanto alla questa modifica è stato anche approvato un emendamento che prevede l’aumento del congedo di paternità obbligatorio che passa da 4 a 5 giorni. Ed è stata prorogata anche la possibilità di astenersi dal lavoro un ulteriore giorno in sostituzione della madre, riporta Il Giornale.

Priorità alle categorie più deboli per il lavoro agile

Tra gli altri emendamenti a favore della famiglia anche quello che chiede di privilegiare categorie più deboli nella scelta dell’affidamento del lavoro agile, ovvero quelle prestazioni che non richiedono particolari vincoli di orario o di luogo. Insomma il part-time flessibile e il lavoro da casa.

Nell’emendamento si prevede che datori di lavoro pubblici e privati debbano riconoscere “priorità alle richieste formulate dalle lavoratrici nei tre anni successivi alla conclusione del periodo di congedo di maternità” o “ai lavoratori con figli in condizioni di disabilità”.

La città più ecomobile d’Italia è Parma ed è anche una delle prime città ad aver approvato il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile. La mappa delle città ecomobili è il frutto del dodicesimo Rapporto ‘Mobilità sostenibile in Italia: indagine sulle principali 50 città’, elaborato da Euromobility con il patrocinio del ministero dell’Ambiente. Se Parma è la regina di questa particolare classifica, anche le altre città che seguono nella hit si collocano tutte al Nord. Dopo Parma, infatti, al secondo e terzo posto ci sono Modena e Venezia, al quarto si colloca Brescia, seguita da Padova e da Torino. Cagliari – unica della top ten a non essere nel centro Nord – si conquista un ottimo settimo posto. Completano infine le prime dieci posizioni Bologna, Verona e Modena. Roma perde alcune posizioni e si attesta soltanto al 23esimo posto. In fondo alla classifica della mobilità sostenibile si collocano Catanzaro e poco più si piazzano Potenza e Campobasso.

Aumenta il tasso di motorizzazione in città

Aumenta il tasso di motorizzazione nelle maggiori 50 città italiane e i veicoli sono soprattutto a basso impatto, principalmente Gpl, che raggiungono complessivamente il 9,46% del parco nazionale circolante. Crescono anche le vetture ibride ed elettriche, che aumentano del 45%. Risultano invece poco utilizzati i veicoli a metano (2,49%). Si inverte di nuovo il trend per la qualità dell’aria che, dopo il netto miglioramento del 2016 causato da condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli, torna a far registrare un leggero peggioramento: 20 città rispettano tutti i limiti di normativa, contro le 23 del 2016. Un passo indietro, insomma.

Luci e ombre per la mobilità condivisa

Mentre appaiono al palo i servizi convenzionali, cioè quelli in cui l’utente preleva e riconsegna i veicoli in parcheggi ben definiti, risultano in espansione (con qualche eccezione) quelli ‘a flusso libero’, in cui il prelievo e la riconsegna possono avvenire in qualsiasi punto all’interno dell’area cittadina prevista dal servizio.

Servono misure più coraggiose

“Questo dodicesimo Rapporto – sottolinea Lorenzo Bertuccio, presidente di Euromobility – conferma ancora una volta che occorrono misure ben più coraggiose e strutturali di quelle fin qui messe in campo dal governo e dai nostri amministratori. La qualità dell’aria non accenna a migliorare e, come se non bastasse, non diminuisce neppure il numero di morti sulle strade delle nostre città. E nonostante la mobilità condivisa, continua a crescere il numero di automobili in circolazione e ci allontaniamo sempre di più dall’Europa”.

Crescono i costi dei conti correnti online. Le commissioni di utilizzo dei risparmi in una banca online sono lievitate, e se i costi di alcune operazioni sono aumentati non di poco rispetto a gennaio 2018, al contrario, negli istituti di credito tradizionali nel complesso i costi si riducono.

SosTariffe.it ha analizzato come sono cambiati i costi di gestione sostenuti dai correntisti di 17 banche italiane rispetto a gennaio 2018. E ha scoperto che per versare i risparmi in contanti, o sotto forma di assegno, ora spendiamo il 60% in più rispetto all’inizio dell’anno. Ma è un salasso anche prelevare allo sportello (48,02% in più), oppure all’ATM di un altro istituto di credito (+19,3%).

Quanto costa avere un conto?

Se prendiamo in considerazione le sole banche online notiamo come la voce che ha subito il maggior aumento in assoluto (+60%) sia quella relativa ai versamenti di contanti e assegni. Mentre a gennaio bastavano 0,55 euro ad operazione, oggi ne occorrono 0,88. Sono diventate molto più salate (circa +48,02%) anche le commissioni necessarie per prelevare contanti allo sportello: da 1,77 euro in media di gennaio, ai 2,62 euro di settembre. Non va meglio per i prelievi in un ATM, soprattutto se di un’altra banca. Anche qui si registra un aumento pari al 19,30%: ogni operazione ora costa 0,68 euro di commissione (nove mesi fa 0,57 euro). Nota dolente anche per i movimenti allo sportello (+12,36%), passati da 1,78 euro di gennaio a 2 euro attuali, mentre chi ha una carta di credito per il canone annuo ora spende il 5,40% in più.

Si risparmia su assegni e bonifici

Alcune voci di spesa sono rimaste immutate, come il canone annuo di tenuta conto, e l’accredito dello stipendio o i movimenti online, che restano in media gratuiti. Inalterati anche i bonifici online, il prelievo dalla propria banca anche nel resto dell’Ue, e i costi per le domiciliazioni delle utenze domestiche. Il canone annuo della carta di debito, era e resta in media di 2 euro.

Novità positive anche per chi ha scelto di aprire un conto corrente in una banca online. I costi dei singoli assegni sono scesi di circa il 40%, e da 0,05 euro di gennaio ora si attestano intorno agli 0,03 euro. Si risparmia (circa il 10,98%) anche sui bonifici disposti allo sportello, passati da 2,55 euro a 2,27 euro.

Banche tradizionali più convenienti

Rincari più esigui per i clienti delle banche tradizionali: +11% i bonifici allo sportello, da 37,50 euro di gennaio a 39,87 euro il canone annuo per la carta di credito, +4,84% il canone annuo di tenuta conto, +4,55% il prelievo ATM da un’altra banca. Il costo di accredito dello stipendio invece è stato del tutto abbattuto: se a gennaio in media era di 3 euro oggi è gratuito

Anche prelevare contanti allo sportello costa meno (-21,21%), così come costano meno il canone annuo delle carte di debito (-18,18%), e i prelievi da altri paesi dell’Unione europea (-11,69 %).

Audiweb, la società che raccoglie e pubblica i dati relativi all’audience web in Italia, cambia la nota tecnica sul funzionamento della nuova metodologia di rilevazione, e ammette l’utilizzo di dati personali. Questo mentre l’istruttoria di AgCom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, deve ancora valutare la liceità e la pertinenza della nuova metodologia proposta da Audiweb con la collaborazione del fornitore tecnico Nielsen, che si avvale di Facebook come misuratore ultimo.

Nella nuova nota informativa, pubblicata ad agosto, si ammette quindi l’utilizzo di dati personali. In particolare, il consorzio ha modificato il testo in cui si affermava che ”tutte le informazioni che passano attraverso i data provider, ad esempio Facebook, vengono anonimizzate”.

L’informazione giornalistica sul web viene consegnata a Facebook

In precedenza, la nota informativa dichiarava che i dati a livello individuale non venissero per alcun motivo condivisi con i data provider, e nessuna informazione personale doveva essere conservata nella piattaforma, né utilizzata in alcun modo nella misurazione.

Un’eliminazione non da poco, se si considera che tutta l’informazione giornalistica digitale già dal primo giugno viene consegnata ogni giorno ai server americani di Facebook. Pagine viste, tempo speso, utenti unici attivi, stream views: tutto riversato e schedato negli archivi di Facebook, riporta Adnkronos.

Tale operazione di redirect, afferma Audioweb, è tecnicamente indispensabile a rendere il Data Provider in grado di attribuire età e genere agli utenti e, dunque, per l’attività di rilevazione dell’audience relativa alla metodologia Audiweb 2.0.

La legge sulla privacy viene rispettata?

Se i dati non sono completamente anonimi possono sorgere problemi di rispetto della legge sulla privacy. “Il punto è proprio questo – spiega Adnkronos Lapo Curini Galletti, ex consulente dell’autorità per la privacy – se qualcuno nella catena può sapere di chi stiamo parlando, chi è il soggetto e ha i dati in chiaro, allora tutti gli altri soggetti della catena, indipendentemente dal fatto se loro possano o non possano risalire in autonomia al soggetto, comunque devono rispettare la normativa privacy in toto come se lo sapessero”.

Ma nessun editore, in questo momento, nei disclaimer relativi alla privacy, sembra indicare correttamente ai propri lettori che i loro dati vengono trasmessi quotidianamente a Facebook.

In gioco gli investimenti pubblicitari

E se è vero che secondo Audiweb il sistema ‘̀impedisce al server di Facebook di identificare la Url effettiva navigata dall’utente che ha generato il redirect, è anche vero che Nielsen cripta i dati nel passaggio, ma sia Nielsen sia Facebook possiedono entrambi l’algoritmo di criptaggio. Particolare non da poco, se si guarda agli introiti pubblicitari legati a internet. Facebook (che insieme a Google raccoglie il 71% della pubblicità online totale del mercato italiano e oltre l’80% di quella pianificata su device mobili) fornisce al mercato i dati su cosa fanno gli italiani sul web. E quindi chi ha più audience. Ed è Facebook in sostanza a suggerire dove devono andare gli investimenti pubblicitari di quel che resta del mercato.

Se la Circolazione Atlantica meridionale rallenta, nei prossimi 20 anni ci aspetta un deciso aumento delle temperature. La Circolazione Atlantica meridionale trasporta l’acqua calda verso Nord e quella fredda verso Sud. A quanto pare questo processo sta rallentando, il che potrebbe provocare il riscaldamento del clima.

Si tratta dei risultati di una ricerca pubblicata su Nature dal gruppo dell’università di Washington coordinato da Ka-Kit Tung. Lo studio dimostra però che l’indebolimento di questa circolazione, basata su un sistema di correnti comprendente anche la corrente del Golfo, fa parte del suo ciclo naturale, e che il picco negativo più recente si è registrato dal 2004 al 2010, quando l’indebolimento è stato 10 volte maggiore del previsto.

Un enorme nastro che trasporta l’acqua calda verso nord

Nota anche con la sigla Amoc (Atlantic Meridional Overturning Circulation), la Circolazione Atlantica funziona come un enorme nastro trasportatore che trascina l’acqua calda del golfo del Messico verso Nord, cioè verso Groenlandia, Islanda e mare di Norvegia; qui le masse d’acqua si raffreddano, diventano più dense e scendono in profondità. A questo punto la corrente fa una specie di “capriola”, cambia direzione e trasporta l’acqua fredda verso i tropici, riporta una notizia Ansa.

Per osservare caratteristiche e velocità di Amoc, i ricercatori hanno utilizzato immagini satellitari e dati provenienti dal progetto internazionale Argo, che si avvale di boe galleggianti con lo scopo di raccogliere dati sulla temperatura e la salinità dell’acqua.

Dagli studi risulta che questo sistema di correnti stia passando dalla sua fase veloce a quella più lenta. Il che ha implicazioni sul riscaldamento globale. Quando è nella fase più veloce, infatti, l’Amoc rimuove maggiori quantità di CO2 dall’atmosfera e le accumula in profondità, intrappolandole per periodi lunghissimi di almeno mille anni.

L’Amoc cattura  il 50% della CO2 assorbita dagli oceani

“L’Amoc – spiega l’oceanografo Alessandro Crise, dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs) di Trieste – trasforma le acque calde in acque più fredde e dense, che assorbono CO2 e vanno in profondità. Si calcola che circa il 50% della CO2 assorbita dagli oceani sia stata catturata dalle acque raffreddate da questo meccanismo, nella sua fase più vivace”.

Questi dati confortano quindi un’ipotesi avanzata recentemente: quella cioè che “l’indebolimento di questa circolazione abbia implicazioni sul sequestro della CO2 presente nell’atmosfera”, aggiunge Crise. In pratica, a una Amoc più lenta corrisponde una maggior quantità di CO2 nell’atmosfera. E di conseguenza, un aumento delle temperature terrestri.

Per lavoro si viaggia. Molto e bene. E la bella Italia ha tutte le caratteristiche per rientrare fra le destinazioni più interessanti per ospitare i congressi associativi internazionali. Un turismo, quello congressuale, dalla taglia “forte”. Le aziende si confermano come i principali promotori di eventi, investendo in convention, meeting aziendali, istituzionali, governativi, politici, sindacali e sociale come strumento di marketing e comunicazione. I messaggi promozionali e i lanci di prodotto promossi dalle aziende rappresentano quindi il core business degli eventi organizzati in Italia. Solo nel 2017, e in netta crescita rispetto all’anno precedente, ne sono stati realizzati quasi 400.000 sul tutto territorio nazionale con una media molto alta di partecipanti e giorni di permanenza.

I numeri dell’Osservatorio Italiano dei Congressi e degli Eventi

A fornire questi dati, un’analisi dell’Osservatorio Italiano dei Congressi e degli Eventi-OICE, in collaborazione con l’associazione della meeting industry Federcongressi & Eventi e l’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali (ASERI) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

“Gli eventi aziendali”spiega Roberto Nelli, del Dipartimento di scienze economiche sociali in Cattolica “continuano a crescere sospinti dalla ripresa economica e da un rinnovato e crescente clima di fiducia delle imprese. Sembrano trarne vantaggio non solo gli alberghi congressuali, nei quali i partecipanti agli eventi aziendali sono aumentati in un anno di otto punti percentuali, ma anche i centri congressi con + 11 punti percentuali”.

Un’Italia che piace sempre

Si tratta, questa, di un’Italia che piace sempre, e che si approfitta per conoscerla anche solo per pochi giorni e attraverso un viaggio di lavoro. Unico neo, diminuiscono di due punti percentuali gli eventi provenienti dall’estero.

Ed è il Nord l’area geografica che attrae maggiormente i turisti del lavoro, complice anche il maggior numero di sedi nelle quali organizzarli, hotel in primis, pronte a rispondere alle esigenze di un mercato sempre più competitivo e ad investire per migliorare la qualità dei propri servizi. Dei 398.286 eventi rilevati dall’Osservatorio Italiano dei Congressi e degli Eventi, oltre la metà (56,7%), e con un incremento del 3,3% rispetto al 2016, si è svolta nelle regioni settentrionali dove si concentra ben il 52,5% delle sedi.

Ma anche il Sud e le Isole cominciano ad organizzarsi, contribuendo così ad ingrandire questo tipo di mercato. Il tutto, con un aumento del fatturato decisamente ottimistico.

Obiettivo investimenti

Quasi la metà delle sedi rispondenti, il 47,4% contro il 40% del 2016, è infatti ottimista circa un aumento del fatturato nel 2018 e il 41,5% ritiene che rimarrà invariato. Le sedi per eventi sono pronte a rispondere alle esigenze di un mercato sempre più competitivo: oltre la metà, il 62,7%, ha in programma di compiere investimenti nel 2018 concentrandosi principalmente in tecnologie (51,9% delle sedi) e infrastrutture e servizi (40,1% delle sedi).

Il cervello funziona come un hard disk, e riscrive sui vecchi ricordi aggiungendo nuovi dati. Soprattutto quando sono brutti o traumatici. A quanto pare sono stati individuati i neuroni che aiutano a cancellare la memoria dei ricordi di esperienze traumatiche, liberando la mente da ansie e paure che potrebbero provocare problemi, come il disturbo da stress post traumatico.

La scoperta riguarda uno studio condotto dai ricercatori del Politecnico di Losanna,in Svizzera, e pubblicato dalla rivista Science.

I neuroni di un’area dell’ippocampo hanno il compito di codificare, ricordare e ridurre le paure

“Per la prima volta abbiamo fatto luce sui processi con cui si possono trattare con successo i ricordi traumatici”, commenta Johannes Gräff, coordinatore dello studio condotto dai ricercatori del Politecnico di Losanna, e pubblicato dalla rivista Science. Gli studiosi svizzeri hanno scoperto come lavora il cervello quando cerca di affievolire le paure legate a traumi lontani: lo fa riscrivendo sopra gli stessi neuroni che avevano contribuito a formare e conservare il ricordo traumatico, e che si trovano nel giro dentato, un’area dell’ippocampo il cui compito è codificare, ricordare e ridurre le paure.

Rivivere lo stesso trauma per imparare a controllare gli stati d’ansia 

“Per far dimenticare un trauma è efficace riesporre la persona a vivere lo stesso trauma ma in modo controllato, con situazioni che lo rievocano”, spiega Yuri Bozzi, del Cimec (Centro Mente/Cervello dell’Università di Trento). Ad esempio ai soldati vengono mostrate immagini del campo di combattimento, riporta Ansa. “In questo modo il cervello impara di nuovo a controllare gli stati d’ansia che emergerebbero vedendo le immagini di guerra”, continua Bozzi.

“Un risultato che dà solide basi biologiche alla psicologia”

Alla scoperta i ricercatori sono arrivati lavorando sui topi. Con i topi hanno adottato un approccio simile a quello utilizzato con i soldati. Nel loro caso il trauma era una piccola scossa elettrica. Grazie a una modifica genetica e una proteina fluorescente, i ricercatori hanno potuto identificare le cellule del cervello che si attivavano quando l’animale subiva il trauma, e dopo la terapia di recupero. La scoperta è per nulla scontata: i neuroni che formavano il ricordo traumatico erano gli stessi che servivano a cancellarlo. In altre parole il cervello riscrive sopra lo stesso circuito di memorie del trauma. “Un risultato che aiuta a capire quali sono le cellule delle paure – aggiunge Bozzi – e dà solide basi biologiche alla psicologia”.

Se entro la fine di quest’anno non verranno recuperati 12,4 miliardi di euro, l’Iva passerà dal 22 al 24,2%. Un balzo che ci consentirebbe di posizionarci in testa alla classifica europea dei più tartassati dalle imposte indirette, ma che porterebbe alle famiglie italiane un incremento medio di imposta pari a 242 euro nel corso del 2019.

In dettaglio, tale rincaro sarà pari a 284 euro per famiglia al Nord, a 234 euro nel Centro e a 199 euro nel Mezzogiorno. L’aliquota ridotta dal 10% dovrebbe passare invece all’11,5%.

A questo risultato è giunto l’Ufficio studi della Cgia, che attraverso una simulazione di carattere teorico, ha dimensionato gli effetti economici che graveranno sulle famiglie dal prossimo 1 gennaio

In 45 anni l’Iva è aumentata 9 volte

Dalla sua apparizione a oggi, prosegue la Cgia, sono trascorsi 45 anni. L’aliquota ordinaria dell’Iva, infatti, è stata introdotta per la prima volta nel 1973 e fino a quest’anno è aumentata 9 volte, riferisce Adnkronos.

Tra i principali Paesi della zona euro siamo quello in cui è cresciuta di più: ben 10 punti, un record, ovviamente, che nessuno ci invidia. Se nel 1973 l’aliquota era al 12%, ora si attesta al 22%. Seguono la Germania, con una variazione di +8 punti (era all’11 adesso si attesta al 19%), l’Olanda, con un aumento di 5 punti (era al 16 oggi è al 21%), l’Austria e il Belgio, con degli aumenti registrati nel periodo preso in esame rispettivamente del +4% e del +3%. La Francia è l’unico Paese presente in questa comparazione che non ha registrato alcun incremento.

“Il rischio è che l’economia sommersa assuma dimensioni ancor più preoccupanti”

“Se è vero che in questi 45 anni – spiega il Segretario della Cgia Renato Mason – abbiamo subito l’incremento d’aliquota più significativo, è altresì vero che nel 1973 quella applicata in Italia era, ad esclusione della Germania, la più contenuta. Tuttavia, se l’aumento previsto non sarà ulteriormente spostato in avanti, dal 2019 i consumatori italiani saranno sottoposti all’aliquota Iva ordinaria più elevata tra tutti i Paesi dell’area dell’euro, con un serio rischio che l’economia sommersa assuma dimensioni ancor più preoccupanti”.

“Un aumento assolutamente da evitare”

Secondo il coordinatore dell’associazione, Paolo Zabeo, “bisogna assolutamente evitare l’aumento dell’Iva. Non solo perché colpirebbe in particolar modo le famiglie meno abbienti e quelle più numerose, ma anche perché il ritocco all’insù delle aliquote avrebbe un effetto recessivo per la nostra economia. Ricordo, infatti, che il 60% del Pil nazionale è riconducibile ai consumi delle famiglie. Se l’Iva dovesse salire ai livelli record previsti – sottolinea Zabeo – per le botteghe artigiane e i piccoli commercianti sarebbe un danno enorme”.