Il cervello funziona come un hard disk, e riscrive sui vecchi ricordi aggiungendo nuovi dati. Soprattutto quando sono brutti o traumatici. A quanto pare sono stati individuati i neuroni che aiutano a cancellare la memoria dei ricordi di esperienze traumatiche, liberando la mente da ansie e paure che potrebbero provocare problemi, come il disturbo da stress post traumatico.

La scoperta riguarda uno studio condotto dai ricercatori del Politecnico di Losanna,in Svizzera, e pubblicato dalla rivista Science.

I neuroni di un’area dell’ippocampo hanno il compito di codificare, ricordare e ridurre le paure

“Per la prima volta abbiamo fatto luce sui processi con cui si possono trattare con successo i ricordi traumatici”, commenta Johannes Gräff, coordinatore dello studio condotto dai ricercatori del Politecnico di Losanna, e pubblicato dalla rivista Science. Gli studiosi svizzeri hanno scoperto come lavora il cervello quando cerca di affievolire le paure legate a traumi lontani: lo fa riscrivendo sopra gli stessi neuroni che avevano contribuito a formare e conservare il ricordo traumatico, e che si trovano nel giro dentato, un’area dell’ippocampo il cui compito è codificare, ricordare e ridurre le paure.

Rivivere lo stesso trauma per imparare a controllare gli stati d’ansia 

“Per far dimenticare un trauma è efficace riesporre la persona a vivere lo stesso trauma ma in modo controllato, con situazioni che lo rievocano”, spiega Yuri Bozzi, del Cimec (Centro Mente/Cervello dell’Università di Trento). Ad esempio ai soldati vengono mostrate immagini del campo di combattimento, riporta Ansa. “In questo modo il cervello impara di nuovo a controllare gli stati d’ansia che emergerebbero vedendo le immagini di guerra”, continua Bozzi.

“Un risultato che dà solide basi biologiche alla psicologia”

Alla scoperta i ricercatori sono arrivati lavorando sui topi. Con i topi hanno adottato un approccio simile a quello utilizzato con i soldati. Nel loro caso il trauma era una piccola scossa elettrica. Grazie a una modifica genetica e una proteina fluorescente, i ricercatori hanno potuto identificare le cellule del cervello che si attivavano quando l’animale subiva il trauma, e dopo la terapia di recupero. La scoperta è per nulla scontata: i neuroni che formavano il ricordo traumatico erano gli stessi che servivano a cancellarlo. In altre parole il cervello riscrive sopra lo stesso circuito di memorie del trauma. “Un risultato che aiuta a capire quali sono le cellule delle paure – aggiunge Bozzi – e dà solide basi biologiche alla psicologia”.

Se entro la fine di quest’anno non verranno recuperati 12,4 miliardi di euro, l’Iva passerà dal 22 al 24,2%. Un balzo che ci consentirebbe di posizionarci in testa alla classifica europea dei più tartassati dalle imposte indirette, ma che porterebbe alle famiglie italiane un incremento medio di imposta pari a 242 euro nel corso del 2019.

In dettaglio, tale rincaro sarà pari a 284 euro per famiglia al Nord, a 234 euro nel Centro e a 199 euro nel Mezzogiorno. L’aliquota ridotta dal 10% dovrebbe passare invece all’11,5%.

A questo risultato è giunto l’Ufficio studi della Cgia, che attraverso una simulazione di carattere teorico, ha dimensionato gli effetti economici che graveranno sulle famiglie dal prossimo 1 gennaio

In 45 anni l’Iva è aumentata 9 volte

Dalla sua apparizione a oggi, prosegue la Cgia, sono trascorsi 45 anni. L’aliquota ordinaria dell’Iva, infatti, è stata introdotta per la prima volta nel 1973 e fino a quest’anno è aumentata 9 volte, riferisce Adnkronos.

Tra i principali Paesi della zona euro siamo quello in cui è cresciuta di più: ben 10 punti, un record, ovviamente, che nessuno ci invidia. Se nel 1973 l’aliquota era al 12%, ora si attesta al 22%. Seguono la Germania, con una variazione di +8 punti (era all’11 adesso si attesta al 19%), l’Olanda, con un aumento di 5 punti (era al 16 oggi è al 21%), l’Austria e il Belgio, con degli aumenti registrati nel periodo preso in esame rispettivamente del +4% e del +3%. La Francia è l’unico Paese presente in questa comparazione che non ha registrato alcun incremento.

“Il rischio è che l’economia sommersa assuma dimensioni ancor più preoccupanti”

“Se è vero che in questi 45 anni – spiega il Segretario della Cgia Renato Mason – abbiamo subito l’incremento d’aliquota più significativo, è altresì vero che nel 1973 quella applicata in Italia era, ad esclusione della Germania, la più contenuta. Tuttavia, se l’aumento previsto non sarà ulteriormente spostato in avanti, dal 2019 i consumatori italiani saranno sottoposti all’aliquota Iva ordinaria più elevata tra tutti i Paesi dell’area dell’euro, con un serio rischio che l’economia sommersa assuma dimensioni ancor più preoccupanti”.

“Un aumento assolutamente da evitare”

Secondo il coordinatore dell’associazione, Paolo Zabeo, “bisogna assolutamente evitare l’aumento dell’Iva. Non solo perché colpirebbe in particolar modo le famiglie meno abbienti e quelle più numerose, ma anche perché il ritocco all’insù delle aliquote avrebbe un effetto recessivo per la nostra economia. Ricordo, infatti, che il 60% del Pil nazionale è riconducibile ai consumi delle famiglie. Se l’Iva dovesse salire ai livelli record previsti – sottolinea Zabeo – per le botteghe artigiane e i piccoli commercianti sarebbe un danno enorme”.

Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, e poi Ancona e Campobasso, sono le sette città italiane che pagano le aliquote fiscali più pesanti. Secondo un’indagine del Centro studi di Unimpresa sono questi i capoluoghi di regione con le aliquote Irap, Irpef, Imu e Tasi più alte. E in tre casi su quattro registrano i livelli più alti di imposte sulle imprese e sulle famiglie, sui capannoni industriali e sulle case. Insomma, in Italia ci sono differenze sostanziali sul “peso” del Fisco a seconda di dove si vive e si lavora.

La  classifica di Unimpresa assegna da uno a quattro punti

L’analisi dell’associazione è basata su dati dell’Agenzia delle Entrate, della Corte dei conti e del Dipartimento Finanze, e prende in considerazione le aliquote Iperf (definite dalle regioni), il totale delle addizionali Irpef (regioni e comuni), l’Imu e la Tasi.

La classifica assegna da uno a quattro punti: più è alto il punteggio, più è pesante la mano del Fisco. In dettaglio, a Roma si paga il 4,82% di Irap, il 4,23% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu; a Torino si paga il 4,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Napoli il 4,97% di Irap, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Genova e Bologna il 3,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi.

“Troppe differenze a livello territoriale per quanto riguarda il prelievo fiscale”

“Ci sono troppe differenze a livello territoriale per quanto riguarda il prelievo fiscale e si tratta di differenze che non aiutano la ripresa così come gli investimenti delle imprese”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Se per l’Imu l’aliquota massima (1,06%) è applicata in 16 grandi città su 21 (Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Potenza, Campobasso, Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Trieste, Ancona, Catanzaro, Milano e Aosta), per quanto riguarda la Tasi, l’aliquota più alta è a Bolzano (0,40%).

A Venezia il Fisco è più light

Zero punti invece a Venezia, l’unica città dove il prelievo è sempre sotto le soglie più alte. Nel capoluogo della regione Veneto il Fisco è infatti più leggero, con il 3,90% di Irap, il 2,03% di addizionali Irpef (1,23% regionale e 0,80% comunale), lo 0,81% di Imu e lo 0,29% di Tasi.

Secondo la classifica di Unimpresa meritano invece un punto Milano, Cagliari, L’Aquila, Aosta, Trento, e Bolzano, e due punti Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Potenza, Trieste e Catanzaro.

Sono undici nazioni, e sono pronte a firmare un accordo commerciale che sfida i dazi protezionistici del presidente Usa Donald Trump. Undici Paesi, fra cui Messico, Vietnam, Nuova Zelanda, Cile, Malesia, Perù, Singapore e Brunei, ma anche alcuni dei maggiori alleati degli Stati Uniti, come Giappone, Canada e Australia, sono intenzionati a firmare un partenariato trans-Pacifico, un nuovo accordo globale e progressivo che farà crollare drasticamente le tariffe e stabilirà nuove regole commerciali. Secondo il New York Times si tratta di un’intesa di libero scambio che riguarda 500 milioni di consumatori all’interno di mercati che rappresentano circa un settimo dell’economia mondiale. La stessa intesa era stata inizialmente concepita dagli Stati Uniti per fermare l’ascesa della Cina.

L’accordo aprirà più mercati al libero scambio di prodotti agricoli e servizi digitali

Un’analisi del Peterson Institute for International Economics sostiene che, una volta entrato in vigore, l’accordo dovrebbe generare ulteriori 147 miliardi di reddito complessivo. I suoi sostenitori inoltre affermano che rafforzerà le protezioni per la proprietà intellettuale, e aprirà più mercati al libero scambio di prodotti agricoli e servizi digitali. Così, ad esempio, gli allevatori di bovini americani dovranno pagare tariffe del 38,5% in Giappone, ma Australia, Nuova Zelanda e Canada non lo dovranno fare.

“Un’economia aperta e l’integrazione economica dei Paesi genera maggiore prosperità”

“Il messaggio è che crediamo nel valore di un’economia aperta e nell’integrazione economica dei Paesi al fine di generare maggiore prosperità per il nostro popolo e le nostre nazioni” –  dichiara la presidente del Cile, Michelle Bachelet -. Penso che sia un valore tremendamente importante in un momento in cui alcuni settori del mondo operano in senso contrario rispetto a questa scelta, predicando messaggi di nazionalismo piuttosto che di integrazione”.

Intanto Trump punta il dito contro Berlino

Intanto Trump ha dichiarato che proseguirà con l’imposizione del 25% di dazi sull’acciaio straniero e del 10% sull’alluminio, mentre Messico, Canada, Australia e altri potrebbero essere esentati. “Se raggiungiamo un accordo è più probabile che non applicheremo le tariffe a quei due paesi”, conferma Trump, aggiungendo che anche l’Australia sarà risparmiata. “Abbiamo un rapporto molto stretto con l’Australia, abbiamo un surplus commerciale con l’Australia, faremo qualcosa con loro”.

Trump però è stato molto critico nei confronti della Germania. Ha parlato di questioni commerciali e di difesa, puntando il dito su Berlino. “Abbiamo amici e anche nemici che hanno enormemente approfittato di noi per anni nel commercio e nella difesa – continua il presidente -. Se guardiamo alla Nato, la Germania paga l’1% mentre noi paghiamo il 4,2% del Pil, una quota molto più grande. Non è giusto”.

Il turismo non dà segni di rallentamento, e secondo United Nation World Tourism Organization’s Tourism Barometer, a fine ottobre 2017 i turisti sono saliti a 1,1 miliardi, il 7% in più rispetto allo stesso periodo del 2016. Le preferenze mutevoli dei viaggiatori, e la digital disruption, hanno dato vita a uno scenario dell’ospitalità in costante evoluzione, riferisce Adnkronos.

Così Benoît-Etienne Domenget, Ceo di Sommet Education (parent company degli istituti universitari svizzeri Glion Institute of Higher Education e Les Roches Global Hospitality Education), ha individuato i cinque trend del settore hospitality in aumento nel 2018.

Il viaggio trasformazionale e la realtà virtuale

L’evoluzione del viaggio esperienziale è il viaggio trasformazionale. I viaggiatori trasformazionali mirano a testare una parte diversa di se stessi: l’autoriflessione, l’apprendimento e lo sviluppo personale fanno parte di questo viaggio interiore. Alcuni brand possono offrire a questi viaggiatori l’opportunità di affrontare sfide, impegnarsi nel lavoro di comunità o semplicemente rallentare. Realtà virtuale e realtà aumentata invece stanno creando nuove possibilità in grado di offrire esperienze multisensoriali. E gli hotel possono utilizzare la realtà virtuale per immergere “digitalmente” i clienti prima del loro soggiorno. Expedia ad esempio sta lavorando su VR tech per aiutare gli ospiti a confrontare le possibili camere d’albergo.

L’hotel come hub e le esperienze culinarie

Creando spazi sociali per gli ospiti, gli hotel stanno diventando destinazioni, non solo posti in cui soggiornare. Gli hotel boutique come Mama Shelter e citizenM hanno sviluppato un modello di lusso accessibile per i Millennials, che include la spontaneità relazionale che questi viaggiatori desiderano. Concerti dal vivo, dj set, proiezioni di partite di calcio e persino serate di bingo offrono a ospiti e cittadini locali l’opportunità di socializzare. E dalla cucina alla tavola, fino ai tour per scoprire i retroscena della gastronomia locale, l’interesse per le esperienze culinarie continua a crescere. I tour operator si affiancano quindi a master chef e produttori locali per invogliare i viaggiatori a scoprire la cucina di una destinazione e l’origine dei prodotti utilizzati.

La connessione omnichannel

Canali digitali e gadget high-tech offrono ai brand del comparto turismo la possibilità di costruire relazioni più̀ strette e smart con i clienti. Con i social media e i servizi di chat, gli hotel possono raccogliere feedback e risolvere i problemi più̀ velocemente. Le chat bots possono dare informazioni istantanee, mentre i robot e i maggiordomi automatizzati forniscono un servizio in camera rapido e discreto. Dall’attenuazione delle luci al servizio in camera, le app per smartphone e altri servizi innovativi offrono agli ospiti maggiore personalizzazione, controllo e praticità.

Nel frattempo, i marchi degli hotel stanno sfruttando al massimo i social media per raccontare storie e incrementare le community. Con questi strumenti, gli hotel possono instaurare rapporti con gli ospiti prima, durante e dopo il soggiorno.

Cresce il numero di assegni erogati e cresce anche l’età necessaria per avere diritto alla pensione. Si potrebbe definire con “più ricchi e più vecchi” la fotografia del settore pensionistico del 2017 appena scattata dall’Inps. I dati dei flussi di pensionamento del 2017, confrontati con quelli dell’anno precedente, rivelano – in base all’ultimo monitoraggio dell’Istituto di previdenza – che gli assegni erogati l’anno scorso sono aumentati del 7,1%, passando dai 970 euro del 2016 ai 1.039 del 2017. Allo stesso modo, è cresciuta anche l’età in cui si va in pensione: 66,7 anni nel 2017 rispetto ai 66,4 anni del 2016.

Scatti, aumento medio del 7,1% superando i 1.000 euro

Buone notizie sul fronte degli importi, che registrano un incremento del 7,1%. La cifra media delle pensioni liquidate nel 2017 passa infatti dai 970 euro del 2016 ai 1.039 euro del 2017. Si tratta di un traguardo significativo perché, per la prima volta, l’importo medio dei nuovi assegni ha superato i mille euro. Più nello specifico, le tabelle segnalano le varie fasce: si va dai 2.275 euro al mese per le pensioni di anzianità dei lavoratori dipendenti ai 239 euro delle pensioni di vecchiaia dei lavoratori parasubordinati. Tra le due categorie, gli artigiani e i commercianti, con pensioni di vecchiaia rispettivamente pari a 842 euro e 927 euro.

Età, servono tre mesi in più

A fronte di segnali positivi per quanto concerne l’importo delle pensioni, arrivano notizie meno belle sul fronte dell’età della decorrenza. Che, in un anno, si è alzata di tre mesi, passando dai 66,4 anni del 2016 ai 66,7 dell’anno scorso. In realtà, precisa l’Inps, le soglie subiscono l’influenza delle pensioni di reversibilità, concesse quest’anno a un’età media di 75 anni. Quindi “per il 2017 sia i requisiti di età per la vecchiaia, sia quelli di anzianità per la pensione anticipata, sono rimasti immutati rispetto al 2016, anno quest’ultimo che aveva invece visto l’aumento di tutti i requisiti rispetto all’anno precedente di 4 mesi per effetto dell’incremento della speranza di vita e di ulteriori 18 mesi e 12 mesi rispettivamente per le lavoratrici dipendenti ed autonome”.

Uomini e donne, ecco le differenze

Nel dettaglio, l’età di decorrenza per le pensioni di vecchiaia l’anno scorso è stata di 66,6 anni per gli uomini (come nel 2016) e di 64,8 per le donne (invece dei 64 anni dell’anno precedente) mentre le pensioni di anzianità sono scattate a 61,2 anni (61 nel 2016) per i lavoratori e a 59,9 per le lavoratrici (59,6 nel 2016). L’età per gli assegni di invalidità è invece rimasta invariata per gli uomini, attestandosi a 53,8 anni, mentre per le donne è aumentata dai 51,6 anni del 2016 ai 51,8 anni del 2017. Infine, è in aumento anche il numero di pensioni liquidate: dalle 486.076 del 2016 alle 516.706 del 2017.

Negli Stati Uniti una vera e propria emergenza ha messo a rischio il Natale. Niente a che vedere con tempeste di neve o, ancora peggio, allarmi legati alla sicurezza. Il pericolo, questa volta, risiede nei… giocattoli. Già, perchè tra le pratiche più diffuse della fine del 2017 sarà certamente ricordata quella di accaparrarsi i regali migliori e al miglior prezzo sui diversi siti on line, per poi rimetterli in vendita a tariffe gonfiatissime quando la disponibilità del gioco più desiderato scarseggia.

Come ha rivelato un’inchiesta del New York Times, questa è paragonabile a una vera e propria azione cybercriminale. Attraverso bot, intelligenza artificiale e programmi automatizzati, capaci di monitorare e ripercorrere i comportamenti umani sul web, i “cattivi” comprano e poi rivendono a prezzo maggiorato, addirittura triplicato per alcuni articoli. Il sistema è lo stesso utilizzato per i biglietit dei grandi eventi ma, evidentemente, ora la pratica viene applicata anche ai giocattoli più sognati dai bambini. I bot lavorano connettendosi continuamente ai siti di vendita, alla ricerca di eventuali saldi o di articoli segnalati come ‘in esaurimento’.

Prima ancora dell’arrivo in vetrina

Questi cybercriminali sono così sofisticati che sono capaci di scovare articoli ancora prima che vengano messi in vendita al pubblico. Una volta acquistati – ovviamente a una velocità e con numeri che per i normali “umani” non sarebbero possibili – i giocattoli vengono rivenduti su, ad esempio, eBay o Amazon a prezzi gonfiati.

Negli Usa i Fingerlings valgono un patrimonio

Il Natale 2017 è stato caratterizzato, negli Stati Uniti, dal successo dei Fingerlings. Si tratta di piccoli animali di peluche che si arrotolano intorno alle dita e che, periodicamente, tornano di moda anche in Italia. Questi pupazzetti, che di norma hanno un prezzo di 15 dollari, sono diventi praticamente introvabili e i pirati del web li hanno rimessi in commercio a una media di 50 dollari. “Questo comportamento fa crollare l’intero sistema – spiega Omri Iluz, capo dell’azienda di cybersecurity PerimeterX -. I bot in realtà fanno acquisti legali, ma ovviamente non sono dei clienti fidati”.

Anche i big dell’ecommerce sono parte lesa

I colossi dell’ecommerce, Amazon ed Ebay compresi, sono ovviamente anche loro parte lesa di questa operazione. Così anche i portali si sono messi in campo con strumenti adeguati per riuscire a identificare queste nuove forme di intelligenza artificiale capaci di “intorbidire” le vendite. Che la questione sia grave, è dimostrato anche dal fatto che il Senato statunitense ha chiesto ufficialmente alle associazioni dei venditori di attivarsi contro queste pratiche lesive.

In Italia la formula della città intelligente pare essere un modello che fa fatica a decollare. Lo rivela una recentissima ricerca, la Smart city dell’Osservatorio internet of things della school of management del Politecnico di Milano. Ma quali sono i numeri e le ragioni di questa “lentezza”?

Poche risorse e competenze in merito

La colpa del fenomeno è da attribuirsi a diversi fattori. Fa riflettere, infatti, che circa la la metà dei comuni italiani (48%) ha avviato almeno un progetto di ‘smart city’ negli ultimi tre anni, ma la maggior parte delle iniziative (63%) si arena dopo la fase iniziale. Le principali motivazioni di questa parziale défaillance sono da ricercare, spiega il rapporto, nella mancanza di risorse e di competenze, a cui si aggiunge la problematica di una governance non definita. Per far partire la ‘smart city’ è necessario definire una strategia nazionale condivisa.

Segnali di miglioramento, ma serve il salto di qualità

Sebbene alcuni indicatori di miglioramento ci siano e le cose si stiano muovendo in positivo, “l’Italia delle ‘smart city’ non ha ancora compiuto il salto di qualità”, recita il rapporto del Politecnico.  Sempre in base all’analisi, nel 2018 tre comuni su quattro hanno in programma nuovi progetti per rendere le città “intelligenti”, ma resta la difficoltà ad estendere le sperimentazioni all’intero territorio cittadino e a integrarle in una strategia di lungo termine.

I settori in cui si concentrano gli investimenti smart

Analizzando gli investimenti degli ultimi anni, emerge che le iniziative smart si sono concentrate soprattutto su illuminazione intelligente (nel 52% dei Comuni), servizi turistici (43%), raccolta rifiuti (41%), mobilità (gestione del traffico 40%, gestione parcheggi 33%) e sicurezza (39%). Tra le città che stanno portando avanti programmi di ampio respiro sulla scia delle grandi città europee, ci sono Milano e Torino, ma anche realtà di medie dimensioni, come Cremona e Firenze. Due comuni su tre, però, non utilizzano i dati raccolti all’interno dei progetti perdendo importanti opportunità per abilitare nuovi servizi per i cittadini. Segnali positivi invece sul fronte delle nuove reti di comunicazione, con alcune importanti evoluzioni nel 2017, a partire dalla sperimentazione del 5G.

Serve una strategia nazionale condivisa

“Per superare la situazione attuale è fondamentale una strategia nazionale condivisa. A livello centrale bisogna stabilire impegni e priorità per i comuni cercando di trovare il giusto compromesso tra l’attuale anarchia dei progetti, in cui ogni città si trova a dover affrontare i problemi autonomamente, e il rischio di un’eccessiva centralizzazione che non consentirebbe di tener conto delle peculiarità dei comuni e della loro autonomia decisionale” dichiara il direttore dell’Osservatorio Internet of things, Angela Tumino.

Anche i condomini possono beneficiare di importanti detrazioni fiscali se effettuano interventi mirati alla riqualificazione energetica di parti comuni degli edifici condominiali. Interventi che riguardano anche gli infissi, come quelli installati da R&T che produce e monta serramenti in alluminio ed in particolari serramenti blindati sia a uso industriale sia civile. Per avere diritto al cosiddetto eocbonus condomini, le domande vanno inoltrate all’Agenzia Nazionale dell’Efficenza Energetica (Enea) a partire dal 15 settembre 2017. La possibilità di beneficiare dell’ecobonus è così strutturata:

-interventi di riqualificazione energetica di parti comuni degli edifici condominiali, che interessino l’involucro dell’edificio con un’incidenza superiore al 25 per cento della superficie disperdente lorda dell’edificio medesimo (detrazione fiscale del 70%); 
-stessi interventi del punto sopra, finalizzati a migliorare la prestazione energetica invernale ed estiva e che conseguano almeno la qualità media di cui alle tabelle 3 e 4 dell’allegato 1 al decreto 26/06/2015 “Adeguamento del decreto del Ministro dello sviluppo economico 26/06/2009-“Linee guida nazionali per la certificazione energetica degli edifici”- “decreto linee guida” – (detrazione fiscale del 75%).

Come si calcolano le detrazioni?

Le detrazioni sono calcolate su un ammontare complessivo delle spese non superiore a euro 40.000 moltiplicato per il numero delle unità immobiliari che compongono l’edificio. Sono ammesse le spese sostenute dal 1° gennaio 2017. Possono beneficiare dell’ecobonus diverse figure: coloro che sostengono le spese di riqualificazione energetica; gli aventi diritto sulle unità immobiliari costituenti l’edificio in regola con il pagamento dei tributi previsti;  oppure i contribuenti, in luogo delle detrazioni, possono optare per la cessione del credito.

Gli interventi ammissibili, ecco i requisiti

L’intervento deve rispondere ad alcuni eequisiti tecnici.

-deve riguardare le parti comuni di edifici condominiali delimitanti il volume riscaldato verso l’esterno e/o i vani non riscaldati e/o il terreno e interessare più del 25% della superficie disperdente; 
-deve configurarsi come sostituzione o modifica di elementi già esistenti (e non come nuova realizzazione in ampliamento); 
-deve riguardare solo le strutture i cui valori delle trasmittanze termiche (U) siano superiori a quelli riportati nella tabella 2 dell’allegato B al D.M. 11 marzo 2008 come modificato dal D.M. 26 gennaio 2010; 
-può comprendere, se i lavori sono eseguiti contestualmente, anche la sostituzione degli infissi e l’installazione delle schermature solari purché inseriti nei lavori previsti nella stessa relazione tecnica di cui al comma 1 dell’art. 8 del D.lgs. 192/005 e s.m.i. ed insistenti sulle stesse strutture esterne oggetto dell’intervento; 
-devono essere rispettate le condizioni riportate nel vademecum “schermature solari” nel caso dell’eventuale installazione delle schermature solari,; per gli interventi di tipo b) con riferimento alle tabelle 3 e 4 del “decreto linee guida”, l’involucro edilizio dell’intero edificio deve avere, nello stato iniziale, qualità bassa sia per la prestazione energetica invernale che per la prestazione energetica estiva.

Inoltre devono essere rispettate le leggi e le normative nazionali e locali in tema di sicurezza e di efficienza energetica.

Quali spese?

Possono essere portate in detrazione le spese sostenute per questo tipo di interventi fra il 1° gennaio 2017 e il 31 dicembre 2021, corredate da una documentazione tecnica e descrittiva: tutte le indicazioni sono sul sito dell’Enea.

Postino ti saluto. Potrebbe essere questo lo scenario a partire dal 2019, quando al posto della storica cassetta postale dovrebbe arrivare la cassetta digitale, o meglio il domicilio digitale. I cittadini, quindi, potranno ricevere tutte le comunicazioni su un indirizzo di posta elettronica telematica, comunicazioni che avranno pieno valore legale.

Multe soltanto via mail

Questa prospettiva è già contenuta nel decreto legislativo correttivo del Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), in conformità con quanto previsto dalla riforma Madia. Ciò significa che tutte le comunicazioni ufficiali, comprese multe, atti ufficiali e cartelle esattoriali viaggeranno dunque in via telematica, venendo consegnate al domicilio digitale anziché al “solito” indirizzo postale.

PEC, ma non solo

La domanda è d’obbligo: come funzionerà questo nuovo sistema? Questa cassetta digitale potrà essere la stessa PEC (posta elettronica certificata) del cittadino, ma esistono anche altre soluzioni. Varranno pure  tutti gli altri servizi di comunicazione online certificati e qualificati nel rispetto delle leggi europee in materia di sicurezza. Per l’attivazione di questo nuovo sistema, dovrà essere stilato ex novo un elenco dei domicili digitali delle persone fisiche e dei soggetti privati, elenco che sarà accessibile e consultabile.

che sarà liberamente consultabile. Obiettivo del domicilio digitale è rendere trasparente, semplificare e accelerare i procedimenti che riguardano tutte le comunicazioni aventi valore legale.

Tutte le pratiche saranno gestite on line

Alla base dell’introduzione di questa nuova procedura, nelle intenzioni, c’è soprattutto la volontà di rendere veloci, chiari e trasparenti tutti i processi che riguardano le comunicazioni aventi valore legale. Obiettivo ultimo è quello di poter trasferire interamente sul web la gestione di tutte queste tipologie di pratiche.

Un risparmio importante di spesa pubblica

Per i cittadini, l’introduzione del domicilio digitale dovrebbe significare una facilitazione, almeno intesa come “un risparmio netto di spesa pubblica”, scrive la relazione tecnica realizza al decreto legislativo correttivo. Con il totale azzeramento delle spese postali, infatti, si stima che la novità dovrebbe comportare per le casse pubbliche un risparmio di circa 250 milioni di euro l’anno.

Cittadini tutelati dal difensore civico

I cittadini non saranno lasciati solo a districarsi con atti e notifiche via mail. Il decreto prevede infatti l’istituzione della figura del difensore civico per il digitale, creato dall’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale), che dovrà occuparsi di valutare e risolvere le segnalazioni relative a presunte violazioni del Codice dell’Amministrazione Digitale e di ogni altra legge in materia di digitalizzazione. Se ci saranno fondati motivi, sarà proprio il difensore civico a comunicare al soggetto responsabile della violazione a porre rimedio entro 30 giorni.