Il mondo produce un volume incredibile di dati, eterogenei per fonte e formato, pronti per essere immagazzinati, gestiti e soprattutto studiati. I cosiddetti Big Data sono dappertutto, e siamo noi stessi a generarli. Bastano pochi clic sullo smartphone o tablet, sui social network, i motori di ricerca, le mail o i siti internet. I dati grezzi tuttavia sono inutili, e per riuscire a estrarne valore bisogna utilizzare tecnologie di analisi in grado di trasformare i numeri in preziose informazioni per le aziende. Che acquistano un vantaggio competitivo enorme, non solo le grandi società, ma anche le piccole e medie imprese. Un mercato che toccherà 103 miliardi di dollari nel 2027 Non è un caso che il mercato mondiale dell’analisi dei big data stia crescendo a velocità vertiginosa. Nel 2017 a livello globale valeva 35 miliardi di dollari, ma è destinato a triplicare in appena dieci anni e passare a quota 103 miliardi di dollari nel 2027. Anche in Italia il mercato della Big Data Analytics cresce a doppia cifra. E nel 2017 ha toccato un valore di 1,1 miliardi di euro, con un incremento del 22% rispetto all’anno precedente. Le grandi imprese si dividono l’87% della spesa Le grandi imprese fanno la parte del leone, dividendosi l’87% della spesa complessiva, ma anche gli investimenti delle Pmi sono aumentati del 18% rispetto al 2016. Più in dettaglio, il 42% della spesa finisce in software, come database, strumenti e applicativi per acquisire, visualizzare e analizzare i dati, il 33% in servizi (personalizzazione dei software, integrazione con sistemi informativi aziendali e riprogettazione dei processi), e il 25% in quelle che vengono definite “infrastrutture abilitanti”, ovvero capacità di calcolo, server e storage. Sono le banche a investire di più in Big Data Analytics Tra le grandi imprese, riferisce una notizia Ansa, sono le banche a investire di più in Big Data Analytics, e rappresentano il 28% del totale della spesa complessiva. Agli istituti di credito seguono l’industria manifatturiera (24%), telecomunicazioni e media (14%), Pubblica amministrazione e sanità (7%), servizi (8%), grande distribuzione (7%), utility (6%), e assicurazioni (6%). Ma se si considerano i trend di crescita a guidare la classifica sono assicurazioni, manifatturiero e servizi, con tassi superiori al 25%, seguiti da banche, grande distribuzione, telecomunicazioni e media, con tassi di crescita che vanno dal 15% al 25%. E ancora, utility, Pubblica amministrazione e sanità

I film violenti mettono a rischio la linea. Guardare un film che fa paura potrebbe far aumentare il peso; almeno, se per placare i nervi tesi ci affidiamo a cibi grassi e “consolatori”, come cioccolato e patatine. Non è quindi tanto il tempo trascorso seduti mentre si guarda un film a fare la differenza, ma cosa viene proiettato sullo schermo. La visione di commedie romantiche o di altri generi cinematografici, infatti, non determina la stessa risposta a livello emozionale provocata da film stressanti, come horror o thriller violenti, che spesso portano a ricorrere a cibo poco sano.

Valutare i livelli di stress e l’appetito prima e dopo la visione di un film

Lo ha scoperto una ricerca della Lebanese American University di New York, pubblicata sulla rivista Eating Behaviours, che ha coinvolto 84 partecipanti di età compresa tra 20 e 30 anni. Ai partecipanti è stato chiesto in modo casuale di guardare un film violento o una commedia romantica. Naturalmente, prima di iniziare “l’esperimento”, agli spettatori coinvolti nello studio sono state effettuate varie misurazioni, tra cui la frequenza cardiaca, la pressione sanguigna e la forza di presa, e sono stati valutati i livelli di stress e l’appetito di coloro che vi hanno preso parte.

Punteggi più alti in termini di nervosismo e tristezza per gli spettatori di pellicole violente

Ai partecipanti è stato poi consegnato un vassoio contenente una vasta gamma di snack, tra cui popcorn, patatine, biscotti, cioccolato, dolci, mele, succo d’arancia e Cola. I ricercatori hanno quindi detto loro che avrebbero potuto mangiare tutto quello che volevano, riferisce una notizia Ansa. Durante la proiezione del film sono stati lasciati soli e inosservati, in modo da potersi sentire completamente a proprio agio. E cosa ha rivelato lo studio? Dopo la visione i ricercatori si sono accorti che coloro che hanno guardato il film violento avevano punteggi più alti in termini di nervosismo e tristezza, mentre non sono state rilevate differenze nello stato d’animo prima e dopo in chi si era visto assegnare la visione di un film romantico.

Chi guarda un film di paura mangia di più durante la visione

Nessuna differenza è stata invece riscontrata tra i due gruppi per quanto riguarda l’appetito, ma i partecipanti che hanno guardato un film violento hanno mangiato più dell’altro gruppo durante la visione. Dei 42 che rientravano nel gruppo a cui era destinato il film di paura sperimentale il 62% ha consumato più di due prodotti grassi, e il 71,4% più di due alimenti salati.